La sfumatura mancante

La grande insegna dell’ambulatorio mostrava a ciclo continuo panorami esotici da sogno, tavole sontuosamente imbandite, scene d’amore tra persone bellissime; poi si soffermava per parecchi secondi sul logo, una testa di unicorno stilizzata, e sul motto, The missing shade of blue, colorato con una sfumatura graduale che andava dall’oltremare della T al celeste della e finale. Tra le due s di missing, però, era evidente un certo salto: la seconda era decisamente più chiara.

Massimo l’aveva vista così spesso, quell’insegna, da conoscerla a memoria. Era anche entrato per informarsi, decine di volte, fino ad esplorare i minimi dettagli dell’offerta. I prezzi, però, gli era bastato chiederli una volta sola per rendersi conto che erano troppo alti per lui. Ne aveva fantasticato all’infinito e parlato con amici e colleghi fino a diventare insopportabilmente noioso.

Adesso, finalmente, era giunto il grande momento. Dopo due anni di risparmio serrato, rinunciando a tutto il superfluo e anche a qualcosina di essenziale, poteva permettersi l’impianto.

Quando si presentò, l’addetta al ricevimento non colse il suo sguardo trionfale e si predispose a perdere l’ennesima mezz’ora dando spiegazioni ad uno squattrinato. Ma invece, questa volta, Massimo offrì la mano allo scanner per la verifica di solvibilità. Mezz’ora dopo era sotto ai ferri; due ore dopo era a casa, con il dubbio di essere stato truffato – non sentiva assolutamente nulla di diverso in sé, e nel quadratino rasato sulla nuca le sue dita non trovavano traccia della cicatrice.

Sapeva che era normale così, glielo avevano spiegato, ma il suo carattere diffidente non poteva fare a meno di dubitare. D’altra parte non poteva ancora verificare lanciandosi nel Paradiso, su questo erano stati tassativi: almeno tre giorni tra l’intervento e il primo viaggio, pena il rischio di danni cerebrali permanenti.

In quel periodo di attesa il lavoro gli risultò particolarmente difficile da sopportare. Non riusciva a concentrarsi. Il suo pensiero era fisso, più del solito, al Paradiso; la sua fantasia cercava di anticipare, sulla base di quel che ne aveva sentito raccontare, le meraviglie che di lì a poco avrebbe vissuto. Non aveva detto niente ai colleghi: si riservava di parlarne dopo, per una forma di scaramanzia.

Finalmente i tre giorni passarono. Quella sera non cenò nemmeno. Svuotò bene la vescica e l’intestino, come da istruzioni; si tolse le scarpe e si sdraiò sul letto, senza spogliarsi per non perdere tempo; attivò il collegamento e spense la luce.

Nel giro di pochi secondi cominciò a vedere forme geometriche ripetitive, come i disegni di una tappezzeria; dapprima sfocate, confuse, poi sempre più nitide, realistiche, precise, e con colori sempre più intensi, luminosi, caldi. Riusciva a distinguerne tutti i dettagli e, più si soffermava su un punto, più dettagli comparivano, come sotto un microscopio che continuasse a ingrandire, a ingrandire… sempre più velocemente… gli sembrava di cadere, di precipitare nell’infinitamente piccolo, ma non faceva paura, anzi era piacevole…

Poi, di colpo, tutto cambiò. Niente più forme geometriche, niente caduta; i suoi piedi erano ben saldi per terra. Era in un prato, una distesa verde punteggiata di rosso, di blu, di giallo. Si chinò a raccogliere un fiore ai suoi piedi, di un tipo che non aveva mai visto. Si stupì di sentire il contatto delle dita con lo stelo, la sua consistenza, l’umidità, la resistenza, il lieve rumore dello strappo: sensazioni che gli sembravano più vive, più vere di quelle che avrebbe potuto provare cogliendo un vero fiore in un vero prato. Lo portò alle narici: aveva un odore che non ricordava di aver mai sentito, intenso, gradevolissimo, che gli infondeva euforia.

Lo lasciò cadere e si guardò intorno. La distesa verde era perfettamente piatta e sembrava arrivare fino all’orizzonte. Con una lieve punta di delusione pensò che era bellissima, ma anche un po’ monotona. Sbatté le palpebre e guardò di nuovo: adesso la distesa non era più piatta, era movimentata da dolci collinette e valli appena accennate. C’erano alberi qua e là, carichi di frutti rossi. All’orizzonte si intravedeva l’azzurro del mare.

Fece qualche passo. Provò a correre. Più veloce, ancora più veloce. Contava le collinette: in pochi istanti ne aveva oltrepassate dieci. L’aria sul viso era gradevole e faceva ondeggiare i suoi lunghi capelli. Non aveva il fiatone. Non si sentiva stanco.

Si fermò e chiuse gli occhi per assaporare meglio la felicità che gli stava sgorgando nel cuore. Gli sembrava di non poterla contenere, di stare per esplodere.

Adesso era esploso davvero, diviso in una miriade di frammenti. Ogni frammento era lui per intero, e vedeva tutti gli altri frammenti galleggiare nell’aria, e lui era tutti i frammenti, come una cosa unica. Era dappertutto, fino all’orizzonte, con una meravigliosa sensazione di onnipotenza.

Poi lo desiderò e fu nuovamente un corpo solo, sospeso in alto, sopra al blu del mare. Sotto di lui, piccole onde con la cresta bianca si muovevano con regolarità. Si tuffò. L’urto con il pelo dell’acqua non fu doloroso né fastidioso. Giù, giù, nelle profondità. L’acqua era tiepida. Non gli facevano male le orecchie. Non sentiva bisogno di respirare. I suoi occhi non bruciavano e vedevano bene, senza nessuna distorsione. Sfiorò una foresta di coralli color rubino, disturbando qualche pesce variopinto che si allontanò rapidamente.

Risalì in superficie. Vide che la riva era lontana, ma la raggiunse in poche bracciate. Si sedette sulla spiaggia. In pochi istanti il sole lo asciugò.

Si guardò: era nudo. Si vide ben proporzionato, muscoloso, abbronzato. Un sesso di dimensioni ragguardevoli. Improvvisamente si rese conto di non aver ancora incontrato nessuno: un mondo meraviglioso ma, finora, completamente deserto.

Dalla sua destra si fece avanti una sagoma, entrando nel suo campo visivo. Era in bianco e nero e si stagliava sullo sfondo intensamente colorato. Una ragazza, sorridente, dai lineamenti regolari molto comuni, di altezza media, vestita con un’uniforme. Sul risvolto della giacca un distintivo con la testa di unicorno.

«Siamo lieti che stia apprezzando il Paradiso. Ma adesso vorrebbe incontrare qualcuno».

Era un’affermazione, non una domanda, ma Massimo rispose egualmente: «Sì, mi farebbe piacere». Si stupì della propria voce: profonda, calda, ferma, molto maschile.

La ragazza, continuando a sorridere, chinò lievemente il capo – un gesto di deferenza che a Massimo sembrò un po’ giapponese – e sollevò la mano destra come a prendere qualcosa dall’aria. «Mi segua, prego».

* * *

Fu circa un mese dopo, alla sua decima visita al Paradiso, che rivide la ragazza in bianco e nero. A dir la verità non sapeva se fosse proprio la stessa; ma forse non aveva neanche senso chiederselo, forse questi agenti non hanno una loro individualità. Al termine della fase di ingresso – quello che ormai dentro di sé chiamava il tuffo nel frattale – si ritrovò in una stanzetta bianca con lei. Ma aveva un appuntamento altrove! Perché questo intralcio? Subito, però, la stizza lasciò il posto alla preoccupazione: che cosa stava succedendo? C’erano dei problemi?

«Niente di grave – lo tranquillizzò sorridendo la ragazza – pochi istanti per un suggerimento. Abbiamo notato che lei, qui al Paradiso, frequenta esclusivamente una persona».

Rispose un po’ infastidito: «Sì, è vero. C’è qualcosa che non va?»

«Assolutamente nulla. Semplicemente, per noi è importante che lei sfrutti fino in fondo tutte le possibilità che le offriamo e questo suo comportamento è forse un po’ limitante».

«Io non mi sento affatto limitato. Faccio quello che mi piace».

«Certo, certo. Non prenda male questo mio discorso, la prego. Lei è liberissimo di comportarsi così. Il nostro è solo un consiglio. Vede, nella nostra esperienza di, diciamo così, gestori, ci siamo resi conto che i rapporti esclusivi finiscono spesso per diventare insoddisfacenti. Cerchiamo di prevenire questa eventualità; ci sta a cuore che lei continui ad apprezzare il Paradiso.

Cuore, pensò Massimo mentre gli spuntava un sorrisetto. Un programma per computer, o quello che è, non dovrebbe usare questa parola. È ridicolo.

L’eterno sorriso della ragazza in bianco e nero cambiò in un’espressione di lieve tristezza. «Non si lasci ingannare dal fatto che io non sono un essere umano: esprimo la conoscenza dei tanti esseri umani che hanno cura di questo luogo, parlo a loro nome».

«Ma io apprezzo il Paradiso; anzi, lo apprezzo molto di più da quando ho conosciuto Germana».

«Le credo». Sul viso bianco e nero era tornato il sorriso. «Non me ne voglia. Desideravo solo ricordarle che lei è un uomo molto attraente, non deve temere nessun rifiuto se decidesse di sperimentare altre compagnie, come è nello spirito di questo luogo. Un luogo di svago, di divertimento, di piacere; non d’amore. Comunque non la disturberò più».

Svanita la stanzetta bianca, eccolo di colpo in una grande sala che gli ricordava la reggia di Caserta. Questa volta era stata Germana a scegliere il luogo del loro incontro. Un altissimo soffitto affrescato, stucchi dorati alle pareti, un sontuoso arredamento barocco. Ed eccola. Alta, lunghe gambe ben tornite, fianchi stretti, petto generoso, lineamenti perfetti, occhi azzurri, fronte spaziosa, lunghi capelli biondi. Sorridendo, lo prese per la mano e lo tirò avidamente verso l’enorme letto a baldacchino, ma si rese subito conto della sua rigidezza.

«Massimo, c’è qualcosa che non va?»

«È capitato anche a te? L’hanno fatto anche a te il discorsetto?»

«Sì, poco fa. Sembra proprio che cerchino di separarci. Ma che ci importa?»

Lui rispose al suo abbraccio, ma poi le disse: «Io invece sono preoccupato. Lei è liberissimo di comportarsi così, ha detto, e tutto quel che vuoi, ma non vorrei che passassero dai consigli ai fatti… e se la prossima volta non riuscissimo più a trovarci, per esempio?»

L’espressione stupita e preoccupata di Germana denunciava che non le era venuta in mente questa eventualità. Massimo continuò: «Noi desideriamo incontrarci e questo avviene, perché il sistema è programmato per esaudire i nostri desideri. Ma se decidessero che non deve più succedere? Che potremmo fare? Nulla, temo. Forse andare a protestare alla sede».

«Credi davvero che possa capitare una cosa del genere?»

«Non lo so, Germana, non lo so. Forse no. Ma tu sei troppo importante per me, non voglio che ci sia neanche la più lontana possibilità di perderti».

«Come possiamo fare?»

«C’è un’idea che mi gira in testa da un po’, già da prima che ci fosse questa loro intromissione. Germana, tu dove vivi nel mondo reale? Non ne abbiamo mai parlato».

Nel Paradiso c’erano persone da tutto il mondo. I tratti somatici degli avatar non erano indicativi perché potevano essere scelti a piacere, e nella simulazione tutti si capivano anche se a ognuno sembrava di parlare la propria lingua. Germana sarebbe potuta benissimo vivere in Cina, ma scoprirono di abitare nella stessa città. Una fortuna insperata.

«Incontriamoci domani stesso. Qualsiasi cosa dovesse capitare qui, non potremo più perderci».

* * *

Dopo una lunga doccia, Massimo passò in rassegna il contenuto dell’armadio alla ricerca di un abito passabile. Avrebbe potuto tirar fuori dalla naftalina il completo grigio delle grandi occasioni, ma non gli sembrava adatto: non stava mica andando a un matrimonio o a un funerale. A parte quello, con i pantaloni aveva poca scelta: erano tutti piuttosto lisi tranne quelli di velluto marrone che gli aveva regalato la zia di recente, anche se forse erano un po’ troppo pesanti per la stagione.

Prese mentalmente l’appunto di rinnovare il guardaroba – anche sul lavoro doveva mantenere una certa dignità – ma sapeva benissimo che non l’avrebbe potuto fare presto. Il Paradiso aveva prosciugato i suoi risparmi e il suo stipendio non era granché.

Non ricordava di avere un ventre così prominente come quello che gli rimandava lo specchio sull’anta dell’armadio. Evidentemente tutto questo tempo trascorso al Paradiso, mentre il suo corpo giaceva immobile su un letto, non aveva giovato alla sua forma. In fondo a quel cassetto doveva ancora esserci la panciera che aveva portato per un breve periodo dopo la colecistectomia. Sì, eccola. Mannaggia, però, che fastidio!

Scelse una giacca sportiva, l’unica con i gomiti veramente integri, e decise di fare a meno della cravatta. Diede una bella lucidata alle scarpe e si assicurò che le calze fossero in tinta.

Adesso il problema era il bastone. Meglio presentarsi con il bastone o zoppicare un po’? Mannaggia a quel vecchio incidente che gli aveva lasciato questo strascico fastidioso. Almeno ci fosse stato il cielo coperto, avrebbe potuto prendere l’ombrello e appoggiarsi a quello con disinvoltura: ma no, il sole splendeva. Decise di non prendere niente: tutto sommato, una lieve zoppìa poteva anche essere dovuta ad una storta presa poco prima.

Si pettinò, fissando accuratamente il riporto con una dose generosa di gel.

Era in largo anticipo per l’appuntamento, ma doveva anche trovare una rosa rossa da appuntarsi all’occhiello; stava quasi per dimenticarsene.

Per l’incontro, conoscendo i gusti di Germana, aveva scelto un locale storico in centro, molto pretenzioso, che vantava una data di apertura risalente addirittura a fine ottocento e conservava ancora l’arredo belle époque. C’era stato una volta, anni prima.

Si sedette ad un tavolino e cercò di darsi un contegno.

Scrutava le donne sole che entravano. Il primo impulso era sempre quello di cercare il viso di Germana, anche se sapeva benissimo che non poteva aspettarsi che il suo avatar comparisse lì; anzi, quest’idea gli strappò un sorriso.

Che fosse questa bella bionda? No. Peccato. Non aveva degnato di uno sguardo la sua rosa rossa e si era diretta con sicurezza verso la sala interna, dove doveva essere già attesa.

Questa elegante signora di mezz’età, ancora in forma? Poco dopo essersi seduta era stata raggiunta da un uomo molto distinto. Meno male che si era trattenuto, era stato sul punto di farle un cenno.

Non sarà mica questa, pensò all’ingresso di una bruttina grassoccia e bassottella che aveva lanciato un’occhiata alla sua rosa. No, fortunatamente no: era subito uscita.

Ormai l’orario fissato per l’incontro era passato da quasi mezz’ora. Si sa che alle donne piace farsi attendere, pensò.

Entrarono ancora due uomini molto ben vestiti; si sedettero ad un tavolino appartato e cominciarono a parlare a bassa voce. Di affari, probabilmente.

Poi una zingarella che chiedeva l’elemosina. Le allungò una moneta per liberarsene – e per non sembrare spilorcio, se per caso Germana fosse entrata proprio in quel momento.

Dopo un’altra mezz’ora capì finalmente che era andata buca. Sconsolato, si alzò e se ne andò.

* * *

Affrontò il successivo viaggio nel Paradiso con un nodo alla gola. Ma Germana era lì ad attenderlo, splendida come sempre.

Nessuno dei due fece cenno al mancato incontro là fuori. Lui le chiese soltanto: «Mi vuoi ancora bene?»

«Ma certo, sciocco» rispose lei sorridendo mentre lo trascinava verso il letto.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , | 4 commenti

Complottista

Il fatto di dover ricevere Rosalba, l’impiegata che gli aveva chiesto un colloquio, aveva messo Sandro Velcana di cattivo umore. Aveva raccolto qualche voce e si era fatto un’idea abbastanza precisa del motivo della richiesta. Niente di grave, ma forse stava invecchiando e questi piccoli attriti, queste inevitabili perdite di tempo cominciavano a dargli più fastidio di quel che sarebbe stato giusto. All’epoca eroica, quando www.dietroilvelo.it era ancora il suo sito quasi amatoriale, un problemino di questo genere l’avrebbe persino divertito. Poi attorno al sito era nata una vera e propria azienda: oggi aveva una trentina di dipendenti, stava facendo sul serio insomma; ma questo gli aveva fatto perdere la spensieratezza e la spavalderia delle origini. Sentiva il peso della responsabilità e sapeva che anche i sassolini più piccoli potevano far inceppare l’ingranaggio.

Quando sentì bussare disse subito «avanti». Meglio togliersi la rogna il più in fretta possibile.

Rosalba era chiaramente a disagio, con un’espressione contrita e imbarazzata, e dopo parecchi secondi non aveva ancora iniziato a parlare.

«Si sieda e mi dica che cosa vuole. Non ho molto tempo».

«Grazie».

Passarono ancora alcuni secondi prima che trovasse il coraggio di dire: «Ecco, io… non credo di essere adatta a questo lavoro».

«Dunque, il suo compito principale è gestire le inserzioni pubblicitarie. Non c’è nemmeno bisogno di andarle a cercare, gli inserzionisti fanno a pugni. Lei deve solo verificare la solvibilità dei nuovi clienti e programmare le uscite. Non mi sembra un lavoro difficile».

«Infatti non lo è. Non è per questo. È che… ecco, ha letto sul giornale, pochi giorni fa, la storia di quel vecchio professore che si era ridotto a fare il barbone ed è morto di freddo in Largo Venezia?»

«Non leggo i fatti di cronaca. Ma che c’entra?»

«L’articolo raccontava la sua vita. Si era rovinato per curare il Parkinson della moglie con un rimedio naturale, dicono. Ho capito che si tratta dell’Argilla Attivata, uno dei prodotti che pubblicizziamo. Trecento euro il pacchettino da un etto, e ne sono consigliati tre alla settimana».

«Non vedo dove vuole arrivare. Il dottor Grope è un nostro inserzionista, uno dei migliori. Le proprietà terapeutiche dell’argilla sono note fin dall’antichità, e il procedimento di attivazione di Grope – mette l’argilla in un risonatore a forma di piramide, mi sembra – è molto interessante. Non è forse giusto che se la faccia pagare? In ogni caso, però, la responsabilità resta tutta sua. Noi non ci esprimiamo da nessuna parte sull’efficacia del prodotto, ci limitiamo a pubblicare le sue inserzioni».

Rosalba scuoteva la testa. «Senta, parliamoci chiaro: quella roba viene indicata per tutte le patologie, dalle unghie incarnite al cancro, ma serve al massimo contro la flatulenza. Ed è comunque inconcepibile vendere a trecento euro un prodotto che forse vale trenta centesimi. E dire che ci limitiamo alla pubblicità mi sembra proprio nascondersi dietro a un dito».

«Insomma, le sono venuti degli scrupoli».

«Lei sa che occasionalmente mi occupo anche degli articoli. Bene, finché si tratta di scrivere sull’undici settembre, sulla finzione dello sbarco sulla Luna, sulle scie chimiche, sul complotto degli Illuminati che tramano nel buio e collaborano con i Rettiliani che hanno preso il posto dei nostri governanti, non ho nessun problema; anzi, lo trovo divertente, è come scrivere delle favole. Ma non voglio più avere a che fare con pubblicità ingannevoli. Fanno leva sulla disperazione di povera gente che già si trova in difficoltà, e la rovinano del tutto».

«Quindi lei ha valutato che si tratta di pubblicità ingannevole. Ma chi è, lei? Ha una laurea in medicina, in biologia, in chimica, in farmacia? Non mi sembra. Se ricordo bene il suo curriculum, lei ha la terza media. Però lei ha espresso una valutazione negativa, e quindi noi dovremmo adeguarci e rinunciare a queste disdicevoli pubblicità. È così?»

«Non ho detto che dovete smettere con la pubblicità. Ho detto solo che non voglio più averci a che fare io». In segno di sfida, aveva pronunciato quell’io con lo stesso tono sgradevolmente enfatico che Sandro aveva usato per i lei. «Mi sembra di fare un buon lavoro con gli articoli, potrei concentrarmi su quelli».

«Quindi a lei piace scrivere dei Rettiliani e degli Illuminati, degli Anunnaki e dell’Area 51, e noi dovremmo pagarle lo stipendio solo per fare queste cose che piacciono a lei. Ma non si rende conto che per poter pagare gli stipendi dobbiamo fatturare? Non si rende conto che Rettiliani, Illuminati e compagnia cantante sono i bocconcini che servono ad attirare clienti per i nostri inserzionisti, senza i quali il sito non potrebbe tirare avanti?»

«Sul serio Dietro il Velo conta solo sugli inserzionisti? Pensavo che dovesse esserci anche qualcos’altro».

«Solo pubblicità e qualche piccola donazione spontanea dai nostri follower più affezionati, che cos’altro vuole che ci sia? Adesso si mette anche a farci i conti in tasca?»

«Non intendevo…»

«Non importa, torniamo a bomba. Vedrò che cosa posso fare per accontentarla. Adesso però se ne vada, ho parecchie cose di cui occuparmi oltre ai suoi scrupoli». Accompagnò la frase con un gesto della mano, come a scacciare un insetto molesto.

Appena Rosalba fu uscita, Sandro chiamò Dario Pirgi sulla rete interna. Dario si fregiava del pomposo titolo di Responsabile degli Affari Generali anche se in sua assenza colleghi e dipendenti si riferivano a lui come al Capo Ufficio Cazzi Vari, dal momento che in pratica i suoi compiti consistevano nell’occuparsi dei problemi più disparati: dagli intasamenti dei gabinetti al recupero crediti, passando per le assunzioni e la gestione del personale.

«Dario, voglio disfarmi di Rosalba. Però deve essere lei a andarsene, non voglio licenziarla, non voglio rogne con il sindacato».

«Che ha fatto?»

«Lascia perdere. Abbiamo qualcosa su di lei?»

«Fammi controllare… sì, la signora Rosalba Derno ha un marito anziano e ricco e un amante giovane e squattrinato al quale telefona dall’ufficio, a nostre spese e per la delizia delle nostre orecchie».

«Hai registrato qualche conversazione?»

«Certamente. Alcune sono molto piccanti. E poi ne ricordo una in cui i piccioncini si chiedono quand’è che il marito si deciderà a tirare le cuoia».

«Chiama subito Rosalba sulla linea interna, dev’essere nel suo ufficio in questo momento. Non dire nulla ma falle sentire la parte cruciale di quella conversazione, poi metti giù. Deve sapere che esiste da qualche parte una registrazione che potrebbe, volendo, essere inviata al marito».

«Sei sicuro di voler fare una cosa del genere? Guarda che è rischioso. Hai idea di quel che potrebbe succedere se ci denunciasse per violazione della privacy

«Poi convocala e comunicale che, come da lei richiesto, è stata destinata ad altra mansione: le pulizie. Capirà che ce l’ha già nel culo e che non le conviene agitarsi troppo, ci farebbe solo godere di più». Rise sguaiatamente della sua stessa battuta volgare. «Ah, e raccomandale di pulire bene i cessi: c’è qualche porco che non sa a che cosa serve lo scopino. Chiamami quando hai fatto. Poi, lunedì, voglio una nuova impiegata per gestire le inserzioni».

Dario posò il ricevitore e rimase un attimo stupito, a pensare. Era sempre stato convinto che il porco che non conosceva l’uso dello scopino fosse proprio Sandro.

* * *

Quella sera, tornando a casa tardi, Sandro era stanco ma si sentiva soddisfatto. Aveva superato brillantemente, come sempre, tutti gli ostacoli che gli si erano parati davanti. Le dimissioni presentate da Rosalba a fine pomeriggio erano state il coronamento della lunga giornata. Tutto sommato non era poi così vecchio come si era sentito al mattino. E comunque era venerdì e nel fine settimana aveva un solo appuntamento di lavoro; si sarebbe potuto godere un meritato riposo.

Sandro abitava in un loft ricavato in un complesso industriale in via di riconversione. Anche grazie ad una sapiente campagna pubblicitaria, al momento in città non c’era niente di più chic dove vivere, in quella zona che poco tempo prima veniva considerata periferia industriale degradata.

Il loft era, in origine, il magazzino di uno spedizioniere. L’architetto aveva parzialmente mantenuto la suddivisione in stalli: è così che bisogna fare, gli aveva spiegato; non bisogna nascondere le origini dell’immobile ma valorizzarle, sfruttarle contestualizzandole a nuove funzionalità. Gli stalli, adesso, erano delineati da enormi lastre di vetro, alte più di tre metri e di lunghezze diverse, che arrivavano comunque non oltre la metà dell’ex capannone, lasciando indiviso un grande spazio all’estremità opposta. Al centro di questo spazio c’era una monumentale scultura sferica di Arnaldo Pomodoro; non era stata un’idea dell’architetto ma una sua scelta personale. Gli sembrava che simboleggiasse bene la sua attività: la superficie intaccata, crepata, lasciava intravedere complicati meccanismi interni, quello che succede dietro alle quinte, il mistero che si cela dietro all’apparenza del lucido bronzo perfetto.

In questi quattrocento metri quadri di originalità sconfinante nella follia Sandro viveva da solo; un paio di volte al mese ci portava a stupirsi qualche puttana d’alto bordo. Aveva una governante e tre persone di servizio, ma a causa dei suoi orari le vedeva raramente e solo di sfuggita, comunicando più che altro mediante bigliettini.

I primi tempi era stato veramente entusiasta di quel locale; forse, rifletté, nonostante si considerasse un marpione navigato si era lasciato intortare dall’architetto e dai suoi paroloni altisonanti. Adesso gli capitava sempre più di frequente di sentire quell’ambiente freddo e estraneo, alieno. Sì, alieno era proprio la parola giusta: gli faceva pensare ad una città di un altro pianeta, abitata da esseri misteriosi che si nascondevano tra le pareti degli stalli o forse là, nell’ombra dietro alla grande sfera.

Scosse la testa come per scrollarsi di dosso queste strane idee e si infilò nello stallo che fungeva da cucina. Con il telecomando accese un faretto nello stallo adiacente in modo che gli arrivasse, attraverso la parete di vetro opaco, solo il chiarore sufficiente a prepararsi qualcosa da mangiare; il resto del loft era debolmente illuminato dai raggi della luna, che filtravano attraverso gli ampi lucernari. Non amava la luce forte, diretta, e il buio non gli aveva mai fatto paura, neanche da bambino; anzi, ci si trovava a suo agio, gli sembrava accogliente e protettivo.

Sul tavolo c’era una piccola pila di fogli; su quello in cima riconosceva la firma della governante in calce ad un testo piuttosto lungo. Non poteva essere una lista della spesa perché era la governante stessa ad occuparsi degli approvvigionamenti, presentandogli poi gli scontrini. Probabilmente era qualche nuovo fastidio. Non ebbe voglia di leggerlo; ci avrebbe pensato il giorno dopo.

Aveva fame. Prese dal frigo un grosso taglio da fiorentina e lo martoriò indegnamente sulla piastra elettrica.

Aveva appena iniziato a mangiare quando si accorse che qualcosa si stava muovendo nello stallo di fianco. Attraverso il vetro riusciva a vedere una sagoma che si stava lentamente alzando. Divenne distinguibile il profilo di una testa molto allungata, che non aveva nulla di umano; poi comparve un braccio tozzo che si concludeva in una mano adunca, con sole tre grosse dita.

Ma allora queste creature, pensò, questi rettiliani che lui considerava fantasie malate, buone solo per attirare i gonzi sul suo sito, esistevano davvero. Sì, esistevano davvero, e lui doveva averle disturbate con gli articoli che pubblicava. Forse era arrivato, per puro caso, troppo vicino alla verità, e questi esseri avevano deciso di eliminarlo.

Sandro, però, non era pauroso, e avrebbe venduta cara la pelle. Il fatto che il suo stallo non fosse illuminato gli dava un vantaggio, pensò, perché probabilmente la creatura che stava dall’altra parte non poteva vederlo. Strinse forte nel pugno l’affilatissimo coltello di ceramica che stava usando per tagliare la bistecca e si diresse con cautela verso l’estremità della lastra di vetro.

Capì, mentre stava morendo trafitto dal suo stesso coltello, che ciò in cui aveva inciampato era la sua valigetta, che aveva lasciato sul pavimento vicino al tavolo.

* * *

Il lunedì iniziò in maniera particolarmente frenetica nella redazione di Dietro il Velo.

«Dario, mi ha appena telefonato Franco dal nostro stand in fiera. Dice che non hanno ancora ricevuto l’animatrone. La fiera apre tra un’ora, è disperato».

«Com’è possibile? Ma e quel cazzone se ne accorge solo adesso? Hai chiamato la General Robotics?».

«No, ho appena messo giù con Franco. Li chiamo subito».

«Dario, c’è la ragazza che deve prendere il posto di Rosalba, posso farla entrare?»

«Neanche per sogno, falla aspettare!»

«Buongiorno, sono Fabio Martocci di Dietro il Velo. Mi passi Lenardi, per cortesia. Subito, è urgente».

«Lenardi? Sono Martocci, buongiorno. C’è un problema. I nostri, alla Fiera della Controinformazione, non hanno ancora ricevuto l’animatrone del rettiliano. La fiera apre tra un’ora. Che cosa è successo?»

«…»

«Come sarebbe che l’avete già consegnato venerdì? A chi l’avete lasciato?»

«…»

«Non c’è nessuna donna tra il nostro personale in fiera. Ma senta, scusi, a che indirizzo l’avete portato?»

«…»

«Ma via Cruto è l’indirizzo di casa… ma chi ve l’ha detto, come è possibile…»

Dario gli fece cenno di chiudere.

«Così questi stronzi l’hanno consegnato a casa di Sandro. Ma, a proposito, Sandro dov’è? Sono le dieci, non è da lui arrivare così tardi. Adesso lo chiamo».

«Non risponde al cellulare, è strano. Presto, Fabio, salta sul furgone e va’ da Sandro a vedere che cazzo è successo, poi mi chiami. L’animatrone è lì, no? Prendilo e portalo in fiera, forse ce la facciamo».

«A quest’ora? Con il traffico?»

Dario picchiò il pugno sul tavolo. «Cazzo, Fabio, sei ancora qui? Ti ci devo mandare a calci nel culo?»

Uscendo di corsa, Fabio quasi si scontrò con la segretaria che stava entrando.

«Dario, c’è qui un signore che ti vuole parlare, dice che è urgente».

«Non adesso, Laura, siamo nei casini. Tra l’altro non mi sembra di avere appuntamenti».

«Dice di venire per conto di Eichendorff, il direttore dell’Istituto Bancario Globale».

«Ha scelto proprio un buon momento per fare uno scherzo. Digli che sono già impegnato con il Presidente degli Stati Uniti».

«Non mi ha dato l’impressione di scherzare. Secondo me faresti bene a sentire che cosa vuole».

«E va bene, fallo entrare. Cinque minuti. Se nel frattempo arriva la telefonata di Fabio, passamela e vieni subito a prendere questo tizio per accompagnarlo alla porta».

Un volto che sembrava una maschera di pietra toglieva in effetti qualsiasi dubbio sull’eventualità che il tizio avesse voglia di scherzare. Non si sedette e disse semplicemente, con autorevolezza: «Il dottor Eichendorff è in città e vuole parlarle. Oggi pomeriggio alle quindici la attende all’Excelsior».

«Non conosco personalmente Eichendorff. È sicuro che voglia parlare con me? Di che si tratta?»

Il tizio fece una smorfia, come disgustato dal fatto che venisse messa in dubbio la sua professionalità. «Glielo dirà lui di persona. Non manchi all’appuntamento». Senza il minimo cenno di saluto si diresse verso la porta.

«Aspetti! Insisto: è sicuro che Eichendorff non voglia parlare con Sandro Velcana, invece? Io mi occupo soltanto…»

«Il signor Velcana è morto».

* * *

«Dario, qui è successo un casino. Sono arrivato assieme alle domestiche, mi hanno aperto loro. Abbiamo trovato Sandro morto, in un lago di sangue, con la gola squarciata da un coltello. Chiamo la Polizia, sei d’accordo?»

* * *

Eichendorff parlava un ottimo italiano ed aveva una faccia gioviale e un po’ volgare, con un gran doppio mento. Dall’aspetto non si sarebbe detto che fosse al timone dell’economia mondiale. Accolse Dario con un sorriso rassicurante.

«Si accomodi, carissimo Pirgi, grazie per essere venuto. Posso farle portare qualcosa?»

«No, grazie…»

«Lei è stupito, ed ha ragione. Mi scuso per averla convocata qui in maniera inconsueta, ma certe volte è proprio sconsigliabile usare il telefono. Vengo subito al dunque. Sabato scorso avrei dovuto vedere il signor Velcana, ma non è venuto. Si trattava di una cosa importante, l’ho mandato a cercare. I miei uomini sono riusciti ad entrare in casa sua e l’hanno trovato morto. Mi hanno detto che, nonostante le apparenze, probabilmente si tratta di un incidente».

«Ma…»

«Mi è dispiaciuto, si era stabilita una certa amicizia tra noi, ma soprattutto c’era un buon rapporto di collaborazione, e questa collaborazione deve continuare. Velcana mi parlava di lei come di una persona in gamba ed affidabile».

«Che tipo di collaborazione…»

«Vede, signor Pirgi, il nostro lavoro per il bene dell’umanità incontra molti ostacoli. Molte persone non capiscono, non si fidano, non riconoscono il nostro ruolo positivo. Per noi è utile che la gente pensi a dei complotti, a delle cospirazioni, purché noi non compariamo nel ruolo di cospiratori: ci aiuta a lavorare in pace. Velcana era bravissimo in questo. Lei sarà il suo degno successore, ne sono convinto. Sappia che anche lei potrà contare sul nostro contributo per tenere in piedi le vostre strutture. Ah, e immagino non ci sia bisogno che glielo suggerisca: la morte di Velcana è un’ottima occasione da sfruttare, dovete insinuare che è stato ucciso perché sapeva troppo, perché dava fastidio ai poteri occulti».

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 4 commenti

Oggetto

Michela aveva la mano sulla maniglia ma non riusciva a decidersi a entrare.

Dentro c’era lui, la stava aspettando. Un incontro a cui aveva pensato per lungo tempo, che aveva organizzato nei dettagli, e finalmente si stava realizzando. Ormai sarebbe stato sciocco cambiare idea, rinunciare, eppure aveva un po’ di paura. Niente di strano, in fondo: era la prima volta.

Nello stato d’animo in cui, dopo essere stati a lungo indecisi con i piedi sul bagnasciuga, ci si fa coraggio e ci si tuffa in un mare freddino, finalmente entrò e richiuse la porta dietro di sé.

Quando lui, invisibile nel buio, la prese per un braccio per attirarla a sé, ebbe un piccolo sussulto. Sentì l’odore della sua pelle, non mascherato da nessun profumo eppure lieve e non sgradevole. Sentì sul viso il ruvido del suo petto villoso. Sentì il suo sesso che premeva contro di lei. Man mano che gli occhi si abituavano, i pochi raggi di luce che riuscivano a penetrare dai bordi della tapparella disegnavano i contorni del suo corpo atletico, il rilievo scultoreo dei suoi muscoli.

Lui cominciò a baciarla sul collo ed a spogliarla. Quando fu completamente nuda, le prese con delicatezza i polsi, glieli unì dietro alla schiena e li legò, non troppo stretti. Michela lo lasciò fare. Poi lui le prese la testa tra le mani, le avvicinò la bocca all’orecchio e, con voce profonda, calda, calma, le sussurrò: «Lasciati andare. Devi essere come creta nelle mie mani. Dimenticati di te stessa. Adesso sei un oggetto. Un mio oggetto».

Michela cedette, si lasciò andare, si dimenticò di se stessa.

* * *

Alzò la tapparella e la luce le fece strizzare gli occhi per un attimo. Uscì dalla stanza da letto, andò in corridoio ed aprì la porta dello sgabuzzino. Lui era già lì al suo posto, rivestito della sua tuta, in piedi con le spalle al muro. Si era già collegato alla macchina per la circolazione extracorporea, che lo avrebbe nutrito e gli avrebbe depurato il sangue durante lo standby.

Notò che aveva gli occhi aperti. Dei bellissimi occhi di un azzurro intenso ma, in quel contesto, le facevano uno strano effetto, risultavano disturbanti. Gli passò una mano davanti al viso senza suscitare, ovviamente, nessuna reazione.

Sul terminale tascabile aprì l’icona dell’interfaccia di programmazione. Nonostante il corso per utenti che aveva seguito, le sembrava complicata. Alla fine trovò la pagina “condizione di standby”, con tantissime opzioni; ce n’era anche una relativa alle palpebre. Selezionò “palpebre giù” e gli occhi si chiusero immediatamente. Michela sorrise tra sé per la soddisfazione di aver trovato l’opzione che cercava.

Il synth le era costato caro – più di sei mesi di stipendio – ma cominciava a credere che valesse quei soldi. La prima sessione era andata benissimo: aveva provato i brividi del proibito, dell’estremo, senza in realtà correre nessun rischio. Ora si sentiva tonificata, di buon umore, e – questo la stupiva un po’ – senza neanche l’ombra di quel lieve ma fastidioso senso di colpa che le aveva sempre aleggiato intorno dopo il sesso. Se proprio doveva cercare il pelo nell’uovo, forse avrebbe gradito un trattamento appena un po’ più rude; ma, d’altra parte, per la prima volta era stato saggio da parte sua programmarlo con una certa cautela.

Quando, al corso, aveva avanzato qualche dubbio sulla sicurezza, l’istruttore si era messo a ridere: «Non siamo gli ultimi arrivati. Genomat è una multinazionale con cinquantamila dipendenti e oltre dieci milioni di synth installati, nelle case, nelle fabbriche, nelle aziende agricole, sui fronti di guerra. Non è stato mai segnalato neanche un solo caso in cui uno dei nostri synth danneggiasse, intenzionalmente o accidentalmente, i suoi padroni. No, signora mia, mi creda: lei è senz’alcun dubbio più sicura affidandosi ai nostri synth che a qualsiasi essere umano. Un umano può tradire, può impazzire, mentre il vincolo di lealtà di un synth non può essere spezzato da nulla al mondo».

Ed erano bei vantaggi, pensò Michela, anche non dover cucinare tenendo conto dei suoi gusti, non dover sopportare paragoni con una suocera che sicuramente avrebbe fatto meglio qualsiasi cosa, non dover prendere nessuna precauzione né per gravidanze indesiderate né per malattie a trasmissione sessuale, e perché no, sembrano cose di poco conto ma non lo sono, non doversi contendere l’uso del bagno al mattino e non dover pulire la seduta della tazza dalle gocce di pipì.

Più avanti, quando le sue finanze glie l’avessero consentito, avrebbe acquistato il plug-in “lavori pesanti”. Era da tanto che aveva intenzione di cambiare la disposizione dei mobili e le sarebbe piaciuto fare diverse prove, con calma, fino a trovare la soluzione migliore, senza doversi preoccupare delle lamentele di chi l’avrebbe aiutata.

Per la prossima sessione – già la sera stessa, quasi quasi, se fosse riuscita a districarsi con l’interfaccia – stava pensando a qualcosa di romantico, tipo una cena a lume di candela. Trovò nell’interfaccia un frame “Cena romantica” e si mise ad esaminarne le opzioni. Ecco, dei fiori ad esempio si poteva fare a meno. Non le erano mai piaciuti i fiori recisi, e poi era una spesa superflua e lei doveva mettersi nell’ordine di idee di risparmiare.

C’era un’intera pagina sugli argomenti di conversazione, la scelta era molto ampia. Uhm, di sicuro non “scienza”, ovviamente. Neanche “sport”, uffa. E nemmeno “letteratura”, che noia. Beh, avrebbe scelto dopo; per ora si sarebbe accontentata di portare il cursore “frasi tenere” a metà corsa.

Aprì una preoccupante icona di alert, rossa con il punto esclamativo nero:

Il Vostro synth può ingerire cibo e bevande, anche alcoliche, ma non sarà in grado di digerirli perché questo modello non è dotato di un apparato digerente completo. A seguito di un pasto è quindi indispensabile, prima di uno standby prolungato, provocare emesi scegliendo l’apposita opzione. Non farlo può causare al synth danni anche gravi e permanenti, non coperti da garanzia.

Con un doppio battito delle palpebre cliccò sulla parola emesi per cercarne il significato… Che schifo. Beh, meglio così, tutto sommato. L’avrebbe fatto solo spiluzzicare un po’, risparmiando sul conto del ristorante.

Suonò il telefono: era Ettore; le propose di uscire. Michela rifiutò, dicendo che non si sentiva bene, e riprese a sfogliare l’interfaccia. Intanto stava pensando che doveva scegliere, per la cena, un locale fuori mano, dove non corresse il rischio di incontrare Ettore. Ma neanche Silvana, la sua migliore amica: quell’approfittatrice non perdeva occasione per chiederle in prestito di tutto – a proposito: c’erano due o tre paia di scarpe che non erano più tornate indietro, doveva proprio ricordare di chiedergliele. Di sicuro Silvana avrebbe messo gli occhi anche sul suo nuovo gadget. Certo, non poteva nasconderglielo per sempre; ma non aveva nessuna voglia di condividerlo subito, adesso che sapeva ancora di nuovo.

 Questo racconto è uscito originariamente sul Caffé Letterario.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

Lorelei

Questo racconto è stato scritto per il Caffé Letterario.

«Di’ un po’, Carlo, ma tu l’hai capito il principio di Hamilton con la variazione anche del tempo?»

L’autobus tardava più del solito e Luca stava rimuginando la lezione di meccanica relativistica.

Carlo rispose socchiudendo le palpebre, piegando la testa un po’ a sinistra, mandando all’ingiù gli angoli della bocca e alzando lievemente le spalle; una mimica che un estraneo avrebbe potuto interpretare come «ma che banalità mi stai chiedendo»; Luca invece, che lo conosceva bene, l’interpretò correttamente come un «ma chi se ne frega».

«Possibile che non ti interessi? È la chiave di volta per gestire tempo e spazio allo stesso modo. E per restare terra terra, l’esame dovremo pur darlo, e sembra roba piuttosto dura. Se cominciamo a perderci già all’inizio, come faremo?»

Carlo ripeté il gesto di prima, con la variante di piegare la testa a destra; poi si sporse dalla pensilina per vedere se l’autobus era in arrivo. Sbuffò, emettendo una nuvoletta nell’aria tersa e pungente di una delle prime giornate d’inverno.

«Hai ragione, è un punto chiave».

Per un attimo Luca aveva creduto che fosse la voce di Carlo ma si era subito reso conto che Carlo non aveva una voce così roca, e comunque difficilmente avrebbe detto quelle parole. Non c’era nessun altro lì alla fermata; Luca ebbe un brivido e comiciò a guardarsi intorno.

La voce riprese: «Non è difficile; il contributo della variazione del tempo è nullo».

Ho sempre insegnato che tempo e spazio non esistono separatamente ma solo fusi insieme nello spazio-tempo. Ma se davvero il tempo fosse uguale allo spazio io adesso mi girerei, tornerei sui miei passi, camminerei, camminerei, camminerei fino ad arrivare da te, amore mio.

Da sotto un mucchio di cartoni ammassati in una rientranza del muro, che prima non aveva notato, stava spuntando una testa che sembrava quella di un selvaggio, con una gran massa di capelli arruffati, neri ma con molti spruzzi di canizie, e una enorme barba incolta, ispida e completamente bianca. La pelle del viso – quel poco che se ne vedeva – ad un primo sguardo poteva sembrare abbronzata, ma alcune macchie e striature rivelavano che doveva invece essere solo sporca.

«Lei conosce la meccanica relativistica?»

«Mistrelli, il vostro insegnante, è stato mio studente, e poi mio assistente, fino a pochi anni fa. E non ha mai saputo spiegare il principio di Hamilton».

La comparsa di questo strano personaggio era stata abbastanza insolita da catturare l’attenzione anche di Carlo, che si era voltato nella sua direzione e lo stava guardando con occhi spalancati per lo stupore.

Nel frattempo l’autobus era finalmente arrivato e si stava fermando davanti alla pensilina. Luca si ritrovò a dire: «Possiamo invitarla a pranzo con noi, professore?»

Il barbone non se lo fece ripetere e, con un’agilità insospettabile, balzò fuori dai cartoni, facendo mostra di un cappotto sporco, liso all’inverosimile e troppo grande per lui, chiuso da un unico bottone superstite; i polpacci erano nudi; ai piedi, senza calze, scarpe che dovevano essere state di gran lusso un bel po’ di tempo prima.

Carlo si chinò verso l’orecchio di Luca per sussurrargli: «Ma che cosa ti è saltato in mente di invitare questo sacco di pulci? Non vorrai mica portarlo a casa, andiamo alla Trattoria dello Studente».

Rinunciarono all’autobus e si incamminarono. Alla trattoria il barbone non era sconosciuto. Rodolfo, il gestore, invece di storcere il naso come Luca aveva temuto gli si era rivolto allegramente: «Ehi, Bruno, oggi sei riuscito a entrare dall’ingresso principale, vedo!»

Il rumore di fondo era elevato; i clienti più vicini si erano voltati a guardare con stupore, ma la maggioranza non s’era nemmeno accorta del loro ingresso e continuava tranquillamente a mangiare e a parlare. C’erano ancora due o tre tavoli liberi; Rodolfo li accompagnò strategicamente a quello vicino all’ingresso della toilette, che era seminascosto dietro un angolo del muro.

Carlo e Luca ordinarono spaghetti all’arrabbiata e Bruno si accodò. Mangiò silenziosamente, in maniera educata e composta, anche se con una certa fretta che tradiva la sua fame: fu il primo a terminare.

Quando anche i suoi commensali ebbero finito, con un gesto deciso Bruno spinse sul bordo i piatti per fare spazio al centro della tavola. Carlo ebbe i riflessi pronti e scattò indietro, facendo stridere la sedia sul pavimento, nel timore di spruzzi di sugo.

Bruno intinse il dito indice nel sugo del proprio piatto e comiciò a tracciare formule sulla tovaglia di carta.

\frac{d}{dt} \{ L-\sum_{i=1}^3 \frac{\partial L}{\partial \dot{x}_i} \dot{x}_i \} - \frac{\partial L}{\partial t}=0

«Questo è chiaro?»

Lo sguardo di Luca era terrorizzato, come se stesse sostenendo un esame: Bruno si rese conto che non era chiaro per nulla. Carlo, intanto, si stava perlustrando il maglione alla ricerca di eventuali macchie.

«Esplicito la derivata totale della lagrangiana rispetto al tempo».

\frac{\partial L}{\partial t} + \sum_i \frac{\partial L}{\partial x_i} \dot{x}_i + \sum_i \frac{\partial L}{\partial \dot{x}_i} \ddot{x}_i

Dopo una decina di minuti, nonostante Rodolfo avesse portato via i piatti, non c’era più un angolo di tovaglia libero da formule e Luca aveva capito, davvero, perché il contributo della variazione del tempo è nullo. Carlo riemerse dalla toilette dove si era rifugiato e, vedendo che Bruno non stava più scrivendo, si azzardò a riprendere posto.

«Ma questi sono solo dettagli, tecnicismi» stava dicendo Bruno. È più grave che Mistrelli non vi abbia parlato – sono certo che non l’ha fatto – della filosofia che sta dietro al principio di Hamilton. Vi dice niente questa frase: “Il migliore dei mondi possibili”?»

Luca, sempre in sindrome da esame, cercò freneticamente nella memoria ma non gli si accese nessuna lampadina. Fu Carlo, invece, a rispondere.

«Leibniz».

«Bravo. E poi Maupertuis. Lagrange. E infine Hamilton. Sempre più matematica, sempre meno filosofia. Ma tutto nasce dal desiderio di spiegare il male nel mondo».

– Lorena, questo è il migliore dei mondi possibili, lo sai perché?

– Ma no, Bruno, dimmelo: questa storia è nuova, non l’ho proprio mai sentita.

Lorena sorrideva ironicamente, ma si capiva che era compiaciuta da quel ritornello già ripetuto infinite volte.

– Perché qui vicino a me ci sei tu, la mia Lorelei.

– Sempre con questo nomignolo! Lo sai che non mi piace!

– Ah sì, tu sei la mia Lorelei, non dire di no, mi hai stregato, mi butterei nel fiume per te!

«La presenza del male nel mondo non si concilia con l’esistenza di un amor che move il sole e l’altre stelle, di un motore immobile perfetto di ogni perfezione, quindi anche onnipotente e infinitamente buono».

«Anselmo, Gödel» disse Carlo.

Bruno annuì con un cenno del capo. «Questo è un problema, anzi è il problema eterno della filosofia, ma non solo: della vita».

«Sì, ma… che cosa c’entra con il principio di Hamilton?» domandò Luca in un sussulto di coraggio.

«Ma come, non lo vedi? Il principio di Hamilton descrive la miglior traiettoria possibile. Il mondo evolve nel migliore dei modi possibili. Il male è un’illusione, perché semplicemente non potrebbe esserci nulla di meglio di quel che c’è».

«Posso cambiare la tovaglia?» Rodolfo sembrava timoroso, gli dispiaceva aver interrotto la discussione.

Tra l’arrosto di vitello con patate e il dolce della casa, tra un bicchiere di rosso e l’altro, Bruno fece in tempo a dire tante altre cose, ma non raccontò nulla di sé.

Non disse della sua Lorelei, ammalata di una malattia a progressione lenta ma inesorabile, che necessitava di cure e di assistenza continua e si era lasciata irretire da una specie di santone conosciuto su internet: a carissimo prezzo le spediva dei rimedi assolutamente inutili, promettendole la guarigione.

Non disse che lui mai e poi mai le avrebbe tolto quest’ultima speranza.

Non disse del suo stipendio da professore, insufficiente a pagare tutte le spese, né che lui, proprio lui che era sempre stato severissimo, lo spauracchio degli studenti, aveva cominciato a vendere gli esami.

Non disse dello studente che l’aveva denunciato, né dell’espulsione per indegnità, né della galera.

Non disse che con la sua pensione pagava le rate di tutti i debiti che aveva contratto.

Quando uscirono dalla trattoria erano ormai le tre. Luca, in maniera molto goffa, tirò fuori dal portafogli un biglietto da cinquanta e lo porse a Bruno, balbettando «Mi permetta…»

Bruno rifiutò decisamente, portando avanti una mano quasi ad allontanare da sé il biglietto: «Non se ne parla, vi sono già grato per avermi invitato a pranzo».

«Ma perché?» Luca ritirò la mano protesa, ma non mise via il biglietto. «In fin dei conti ci ha tenuto una lezione…»

Bruno ricordò che c’era qualcosa che gli sarebbe servito comprare e decise di accettare. «Se proprio vuoi dammene dieci, cinquanta sono troppi».

Intascò la banconota nel lurido cappotto, ringraziò e se ne andò.

Luca e Carlo avevano lezione alle quattro. Tornando in facoltà, Luca commentò lo strano incontro.

«Che tipo, vero? Chissà come ha fatto a ridursi così. Ma non è affascinante questa storia del migliore dei mondi possibili? Non avevo idea che ci fosse tanta filosofia dietro a quelle formule».

«Sono tutte stronzate. Io la penso come Voltaire: se questo è il migliore dei mondi possibili, come potranno mai essere gli altri?»

* * *

Bruno stava camminando in fretta; sperava di arrivare in tempo allo spaccio di materiale militare usato dove, lo sapeva, con dieci euro avrebbe potuto comprare due coperte pesanti, di quelle per i cavalli, di lana grezza e ruvida, puzzolenti ma molto calde. Purtroppo, invece, lo trovò già chiuso. Provò a bussare, piano, poi più forte. Per lui era importante.

Dopo un po’ si aprì una finestra al primo piano. «Aoh, vecchio rimbambito, non lo sai che al venerdì si chiude prima? Vai a rompere i coglioni da qualche altra parte!»

A passo lento si incamminò verso il suo giaciglio. Quando arrivò, quasi tre ore dopo, vide che qualche compagno di sventura aveva approfittato della sua assenza per saccheggiare l’unica sua ricchezza: gli restavano solo tre cartoni.

Ormai era buio e l’aria era diventata decisamente fredda. Si coricò, cercando di coprirsi alla meglio. Era stanco per la lunga camminata e presto, nonostante i brividi, si addormentò.

Nel sogno Lorelei era sana, giovane, e splendida nel suo bikini. Erano sulla spiaggia dove si erano conosciuti tanti anni prima. Il mare era calmo, il sole alto nel cielo sereno, faceva caldo. Lei lo tirava per una mano, saltellando per l’impazienza. Bruno si rese conto di essere anche lui in costume da bagno, e giovane, pulito, sbarbato, in forma. La sabbia scottava sotto i suoi piedi nudi.

«Dài, Bruno, dài, che cosa aspetti? Vieni con me: è questo il migliore dei mondi possibili

Bruno si lasciò tirare e la seguì.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , | 9 commenti

Bambolina

Questo racconto è stato scritto per il Caffé Letterario.

Silenziosamente, con delicatezza, la piattaforma si sollevò dalla sommità della quinta torre del Palais Lumière e andò a fermarsi in quota panoramica. Nella giornata tersa e soleggiata Venezia era ben visibile. Trovandosela davanti per la prima volta dal vero, Marta provò una fitta di emozione.

Paolo le propose di aprire il guscio trasparente. La piattaforma li avvertì che l’aria era lievemente mossa ma, quando Marta acconsentì con un cenno del capo, le due metà del guscio ruotarono lentamente ricomponendo la semisfera al di sotto della piattaforma. L’odore salmastro arrivava fin lì.

«Andiamo a vedere le dighe?»

Marta sentì un tonfo di delusione ma si limitò a domandare: «Resterà tempo per vedere la città?»

«Ma certo, abbiamo tutta la giornata a disposizione».

La piattaforma capì che avevano raggiunto un accordo sulla destinazione e iniziò lentamente a muoversi.

Per tornare in città Paolo propose di prendere il vaporetto dal Lido, per provare questo vecchio mezzo di trasporto. Marta accettò, sperando che non volesse poi salire anche su una gondola.

Alla discesa, sulla Riva degli Schiavoni, in un momento di distrazione Paolo scivolò e fu sul punto di cadere in acqua. Marta, con uno scatto felino, riuscì ad afferrarlo e, reggendosi con la sinistra a un mancorrente, con la destra lo aiutò a rimettersi in piedi.

«Però, non ti facevo così forte, bambolina». Marta si limitò a sorridere.

La prima tappa fu San Marco. Stava per iniziare un matrimonio; Paolo trascinò Marta, che era riluttante, e riuscirono a intrufolarsi tra la piccola folla. Nel nartece un paper display in una pretenziosa cornice dorata, che voleva ricordare le antiche carteglorie, li avvertiva che era in corso una funzione, invitandoli al silenzio.

All’ingresso della sposa l’organo Tamburini iniziò a spargere le note solenni di una musica nuziale. Paolo si piegò verso Marta per sussurrarle all’orecchio.

«Che bella questa musica, bambolina, la voglio anche per il nostro matrimonio!»

«Aspetta un momento, stai anticipando i tempi, non ti ho ancora detto di sì. E comunque non vorrei questa musica. È bella, ma non capisco perché venga suonata ai matrimoni. Se ti sposerò, vorrei che il nostro matrimonio funzionasse meglio di quello di Elsa e Lohengrin».

Paolo cercò di imprimersi nella memoria questi nomi (chissà come si scriveva Lohengrin?) per potersi poi documentare. Per il momento non replicò.

Nel resto della giornata Marta seguì infaticabilmente la lista di luoghi da visitare che aveva ben chiara in mente, cercando di recuperare il tempo imprevisto passato alle dighe. Paolo arrancava; non capiva la passione di Marta per quelli che a lui sembravano vecchiumi ma questa differenza tra loro, anziché scoraggiarlo, rappresentava per lui una forte attrattiva.

A tarda sera passarono sul ponte di Calatrava per andare a prendere una piattaforma alla stazione e far ritorno in albergo.

«Bambolina, perché questo ponte è così diverso dagli altri?»

«È più recente; è stato costruito nei primi anni del duemila».

«Quante cose sai, bambolina; dove le hai imparate? Non mi hai mai raccontato nulla di te, mentre io ti ho detto tutto di me».

«Se arriverà il momento, ti dirò tutto quel che c’è da sapere» rispose Marta sbrigativamente.

Il mattino successivo, nella suite del Palais Lumière, Paolo si svegliò presto. Una lama di luce, da una finestra non completamente oscurata, si posava su Marta; restò in ammirazione della sua bellezza, che gli sembrava quasi innaturale. Aveva lineamenti delicati ma gli zigomi, appena un po’ pronunciati, evitavano, con un tocco di esotismo, che il viso sembrasse banale. La grandezza dei suoi occhi blu si intuiva anche adesso che erano chiusi. I lunghi capelli corvini erano sparsi disordinatamente sul cuscino. Il suo respiro era silenzioso, e così lieve che Paolo riusciva appena a notare un ritmico movimento del seno, piuttosto abbondante per un corpo così slanciato, ma sodo e sostenuto. La vita era sottile, le gambe lunghe e ben tornite, senza la minima traccia di cellulite; i piedi piccoli e non deformati, senza calli, come se non avesse mai camminato. L’inclinazione della luce gli permetteva di vedere che non c’era traccia di peluria sulla sua pelle olivastra; trattenne l’impulso di accarezzarla, non la voleva svegliare.

Come se si fosse resa conto di essere osservata, Marta si girò nel sonno e si coprì con il lenzuolo.

* * *

Verso le dieci del mattino la piattaforma li lasciò sul terrazzo panoramico del Tibidabo. Una leggera nebbiolina portata dal vento di mare, da oltre le dighe, velava appena la vista di Barcelona.

«È un nome veramente ben scelto, Tibidabo… sembra di avere il mondo intero ai nostri piedi!»

Paolo non colse il riferimento al Vangelo secondo Luca ma capì comunque che Marta apprezzava il luogo in cui lui l’aveva portata e pensò che il momento fosse opportuno per ripetere la sua proposta. La cinse alla vita e sussurrò:

«Ne potremo vedere tanti altri, di posti belli come questo e anche di più, nella nostra vita insieme… perché non ti decidi, bambolina, perché non vuoi essere mia?»

Lei si svincolò dall’abbraccio e gli si mise di fronte, accigliata.

«Paolo, io lo so che tu hai le migliori intenzioni, ma finisci sempre per dire qualcosa che guasta tutto… È così che lo intendi, il matrimonio? Essere tua? È un acquisto? Mi vedi proprio come una bambola? È per questo che mi chiami così?»

«Ma sono solo modi di dire, Marta…»

«Sì, modi di dire che però rivelano come la pensi. Come un uomo primitivo… come un antico guerriero che considerava le donne parte del bottino…»

Paolo non la lasciò finire; la prese in braccio dicendo con tono cavernoso, come se raccontasse una fiaba paurosa a un bambino:

«Sono un perfido guerriero venuto a rapirti per farti mia schiava!»

Si stupì di sentirla così leggera sulle sue braccia. Pensò che l’amore lo rendeva forte.

Marta si stava dibattendo. «Dài, smettila, mettimi giù, non fare lo scemo, non è così che mi convincerai!»

Però, guardando la faccia di Paolo, così compreso nel suo ruolo, non riuscì a tenere il broncio e si lasciò sfuggire una risatina. Lui ne approfittò per baciarla.

Poco dopo, mentre stavano camminando verso il Museu dels Automats, Paolo sentì il fragore di uno sparo e la mano di Marta gli fu strappata dalla sua. Marta era stata gettata a terra dal proiettile, prona, e sulla sua schiena il bianco della camicetta si stava rapidamente macchiando di verde.

* * *

«L’intenzione era chiaramente quella di produrre danni irreparabili: il colpo è passato vicinissimo alla pompa, ma ha danneggiato solo uno scambiatore. Tra l’altro, lei sa se la synth può pagare la riparazione?»

«Non si preoccupi, le spese sono a mio carico. Si salverà?»

«È sufficiente sostituire lo scambiatore danneggiato e rigenerare un po’ di tessuti. Però devo avvertirla che non le conviene, sarà piuttosto costoso; spendendo poco di più potrebbe acquistarne una nuova».

«No, no, grazie, non mi interessa. Voglio questa».

Carmen, la specialista, gli lanciò uno sguardo dove Paolo avrebbe potuto facilmente leggere qualcosa come “ma guarda un po’ se questo coglione, giovane, bello e probabilmente anche ricco, con tutte le donne che ci sono al mondo doveva andare a innamorarsi di una synth”. Ma non era abbastanza perspicace o, forse, era troppo preoccupato, e non ci fece caso.

Lasciato Paolo in sala d’aspetto, Carmen tornò dietro la vetrata, in officina. Si rivolse a Diego, il suo collega di turno, con una smorfia sarcastica.

«Abbiamo un caso di amore pazzo».

«Sì, l’avevo capito, basta guardare la faccia di quel tizio e come si torce le mani per la preoccupazione. È una cosa che non ti va giù, vero?»

Non era la prima volta che a Carmen capitava di dimenticare completamente, per un attimo, che Diego era un synth. Si rese conto di aver fatto una gaffe ma, invece di cercare di rimediare, assunse un tono aggressivo.

«Stammi a sentire, credo di essere ancora una bella donna, non sono una stupida, sono abbastanza colta, so tenere viva una conversazione, ho un buon lavoro, ma non ho ancora uno straccio di uomo per le mani. Ti senti offeso se invidio un po’ la fortunata bambola che è riuscita ad accalappiarsi un figo ricco, uno che può permettersi di non badare a spese pur di averla rimessa a nuovo?»

«Non è questo il punto, tu puoi invidiare chi vuoi. Il problema è che continui a ragionare mettendoci in una categoria separata. Sono certo che, se quel tizio si fosse innamorato di una donna, tu saresti meno invidiosa. Perché per te una donna lo meriterebbe, mentre una synth più che una schiava non può essere. Non te ne faccio una colpa, sai? Semplicemente, ragioni come tutti voi esseri umani. Tra l’altro, se non ti fossi fissata a volere per forza un uomo…»

«Adesso basta perdere tempo. Hai prelevato il codice della bambola?» Accentuò quest’ultima parola, per infastidirlo.

Diego chinò il capo e rispose con tono neutro. «Risulta prodotta nel 2165 e quindi, con una settantina d’anni, è a un terzo del suo ciclo di vita. Forza muscolare tremila newton. Tempo di reazione mezzo millisecondo. Peso nominale trenta chili, ma ad occhio deve averlo superato di tre o quattro. Quoziente intellettivo duecento. Sterile. La Genomat, che produceva questo modello, non ha più ricambi disponibili, ma se ne trovano dalla Four-A. Devo ordinare uno scambiatore sinistro?»

«Dimentica la Four-A e metti in coltura uno scambiatore basandoti sul codice. Sarà un buon motivo per alzare il prezzo della riparazione».

* * *

Il commissario opponeva un atteggiamento apatico e annoiato al trasporto con cui Paolo stava sporgendo denuncia.

«Sarà bene che le dica subito che resterà tutto lettera morta».

«Ma perché?»

«Mi ha detto che la synth non è sua moglie, vero?»

«Non ancora».

«E presumibilmente non è la moglie di nessun uomo».

«Certo che no».

«Quindi il ferimento non può considerarsi tentato omicidio».

«Perché?»

Il commissario levò brevemente gli occhi al cielo, ma Paolo non se ne accorse.

«Le ricordo che, secondo la legge europea, un synth viene equiparato legalmente ad un essere umano solo se è sposato con un essere umano. Inoltre lei mi ha detto che la synth non è di sua proprietà, e se ha potuto trascorrere tanto tempo con lei probabilmente non è neanche proprietà di nessun altro: una liberta, insomma».

«Lo credo anch’io».

«Quindi il ferimento non può considerarsi neanche danneggiamento, ma solo vandalismo. Questo è il reato di cui potremmo accusare lo sparatore, se lo trovassimo. Il che è molto difficile, visto che si è immediatamente dileguato nella folla del Parc d’Attraccions. La pistola l’abbiamo trovata, ma viene dal circuito illegale e non ha tracce di nessun tipo. Dovremmo avviare un’indagine su tutti quelli che erano presenti al parco stamattina, ma stiamo parlando di un migliaio di persone; non ne vale la pena per un’accusa di vandalismo».

Paolo scuoteva la testa, sconsolato.

«Ma perché le ha sparato? Chi era? Che cosa poteva avere contro di lei?»

«Posso immaginarlo, ho già sentito casi simili. Secondo me la synth ha ricevuto dei soldi quando è stata liberata dal suo padrone, probabilmente per disposizione testamentaria, e agli eredi naturali questo non è piaciuto. Sono venuti a sapere che stava per sposarsi e hanno deciso di intervenire, mandando un cecchino, prima che fosse troppo tardi. Per la legge, se la synth fosse stata distrutta un eventuale legato sarebbe tornato in capo agli eredi naturali. Dopo che lei l’avesse sposata, invece, le cose sarebbero state completamente diverse: oltre che trattarsi di omicidio, l’eredità sarebbe andata al marito, cioé a lei».

«Mi sembra che queste leggi siano tutte assurde».

«Può darsi che lei abbia ragione. A me, però, non spetta esprimere pareri ma solo farle rispettare. Quando mi riesce».

«Non si possono perseguire i parenti che hanno mandato il cecchino?»

«E come? Di prove non ne abbiamo. E, se anche riuscissimo a prendere lo sparatore, non gli converrebbe fare nomi; per lui, aver agito su commissione sarebbe un’aggravante. Direbbe certamente che è stato spinto da un odio irrefrenabile verso i synth e dall’avversione per i matrimoni misti. Plausibile anche questo, visto come la pensano molti di voi».

«Come potrebbe sostenere una cosa del genere? Come avrebbe potuto sapere che era una synth se non gli era stato detto dal mandante? Non me ne ero accorto neanch’io».

Il commissario stava per perdere la pazienza: in che mondo viveva quest’uomo?

«Ma con l’identificazione a radiofrequenza, no?»

* * *

Paolo si fece dare un vaso per sistemare il mazzo di rose che aveva portato. Marta era stata riparata da poco, i suoi recettori del dolore erano stati appena riattivati e tutto procedeva per il meglio; era ancora sdraiata in un letto, ma il giorno dopo avrebbe già potuto lasciare l’officina. Eppure aveva un’espressione molto triste.

«Adesso non puoi più dire di non sapere nulla di me. Certo, avrei preferito essere io a spiegarti come stanno le cose».

«Non ti preoccupare, Marta».

«Tu sapessi quante volte ho pianto leggendo la storia di Pinocchio. Purtroppo non ci sono fate dai capelli turchini per noi synth».

Paolo si chiese chi potesse essere questo Pinocchio. Chissà se si scriveva con la kappa o con la ci? Doveva ricordare di cercarlo.

«Al mio ultimo padrone ho fatto da amante per molti anni, e infine da badante. Era in cattivi rapporti con suo figlio e quindi, invece di lasciarmi a lui, poco prima di morire ha disposto nel testamento la mia liberazione e mi ha fatto avere una piccola rendita».

«Queste cose non mi interessano, Marta…»

«Sappi che non potresti avere figli da me».

«Neanche questo mi interessa. Ma perché piangi, adesso?»

«Sto pensando che volevo fare la femminista, ma non sono nemmeno una donna».

«Ma tu sei una donna, Marta. Sei la donna che amo, e che voglio sposare».

Cercò di abbracciarla, ma un suo piccolo lamento gli ricordò che era fresca di riparazione. Allora si avvicinò al suo viso, sorridendo per farsi perdonare la goffaggine.

Marta ci mise un istante, alcuni millesimi di secondo, prima di baciarlo.

Crediti e backstage

I miei synth sono evidentemente una rivisitazione degli androidi di Philip K. Dick in Do Androids Dream Of Electric Sheep? (Chi non ha visto Blade Runner?)

Il meme dell’uomo artificiale è vecchio quanto la letteratura, a partire dai mitici automi di Efesto. Punti nodali del suo dispiegarsi nella nostra cultura sono L’Homme Machine di de la Mettrie e il saggio di Freud sul perturbante, di cui molti autori di fantascienza sono probabilmente debitori senza saperlo.

Il controverso Palais Lumière di Cardin non solo è stato costruito ma ha addirittura più torri delle tre originariamente previste (questo potrebbe far rabbrividire le numerose persone ostili al progetto).

Causa scioglimento dei ghiacci, non solo Venezia ma tutte le città costiere sono protette da dighe.

Marta deve aggrapparsi ad un mancorrente per trattenere Paolo che sta cadendo in acqua perché, pur essendo fortissima (3000 newton sono circa 300 chili), è molto leggera, e diversamente si sbilancerebbe e finirebbe per cadere anche lei. Lo scatto felino si spiega con il tempo di reazione di mezzo millisecondo (gli esseri umani hanno tempi di reazione che vanno dalle decine alle centinaia di millisecondi; nel caso di Paolo, anche di più).

La musica che Paolo e Marta sentono in San Marco è l’abusato Coro Nuziale dal Lohengrin di Wagner; concordo con Marta: non capisco perché venga scelto così spesso per i matrimoni, dal momento che il matrimonio di Elsa e Lohengrin è andato a finir male. La storia di Elsa e Lohengrin ha un parallelo con quella di Marta e Paolo: anche Marta, come Lohengrin, ha da preservare un segreto riguardante la propria identità. Ma, mentre lo scioglimento del segreto sarà fatale al matrimonio di Elsa e Lohengrin, avrà invece un effetto risolutorio su quello di Marta e Paolo.

Si presume che il ponte di Calatrava sia ancora in piedi nel 2237, anno in cui si svolge la vicenda – è un augurio!

Non poteva mancare un riferimento al Pinocchio di Collodi, che è anch’esso un’incarnazione del meme dell’uomo artificiale. Marta, però, sbaglia: nel suo caso la fata dai capelli turchini c’è, e si chiama Paolo.

Nei pochi millisecondi che Marta impiega per dare, finalmente, il suo assenso alla reiterata proposta di Paolo con un bacio, il suo cervello da QI 200 deve aver lavorato parecchio. Paolo non è il suo tipo: troppo grezzo, incolto, imbranato e forse anche un po’ stupidotto. Però il ferimento le ha dimostrato che ha un urgente bisogno di sposarsi. Paolo è innamorato cotto, affettuoso, premuroso, gentile, giovane, bello e ricco, e ha digerito senza batter ciglio il fatto che lei sia una synth, e sterile. Difficile sperare di trovare di meglio. Forse arriverà anche lei ad amarlo, magari di un amore con una sfumatura materna.

 

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 5 commenti

Mostri

Nello stato di torpore in cui era, la cosa che lo infastidiva di più non era il lieve mal di testa ma il prurito al viso. Cercando di toccarsi si rese conto con stupore che sia le mani che la testa erano coperte da bende. Non ricordava nulla che potesse spiegare questa situazione ma si sentiva stranamente calmo, non provava l’angoscia o la paura e nemmeno la preoccupazione che gli sembrava sarebbero state naturali; solo una gran confusione. Aprì gli occhi e vide un soffitto di un colore indefinibile nella penombra, forse un azzurro tenue. Riuscì a fatica a girare lo sguardo, parzialmente impedito dalle bende: vide una flebo appesa, macchine da ospedale; una donna in camice bianco, seduta di fianco a lui, gli sorrise.

Tentò diverse volte di parlare senza riuscire ad articolare le parole a causa di qualcosa che si sentiva in gola. Si schiarì la voce più volte; finalmente ce la fece.

«Che cosa è successo?» La voce roca che gli era uscita non gli sembrava sua.

«Ha avuto un intervento importante, ma adesso il peggio è passato. Tra pochi giorni potrà alzarsi. Per il momento deve riposare e stare tranquillo».

Moltissime domande gli si affollavano in testa ma non fece in tempo a formularle. Ripiombò nel sonno.

Al risveglio successivo era solo e gli sembrava di essere meno intontito. Ne approfittò per pensare. Cercò di ricordare come poteva essere finito lì, ma si trovò di fronte a un buio totale. Che cosa stava facendo prima? Niente, non ricordava. Ma riusciva a ricordare una cosa, una qualsiasi? Gli venne in mente un episodio scolastico, alle superiori, mentre stava preparando la maturità. Si aggrappò a quell’episodio cercando di usarlo come una leva per scalzarne altri dal buio e in effetti riuscì a recuperare molti ricordi del periodo universitario, alla facoltà di geologia. Più avanti, i ricordi si diradavano. Aveva molte immagini nette del suo lavoro – sapeva di essere un impiegato, un burocrate in un ufficio statale – ma, ad esempio, nulla della sua casa.

Si sforzò di ricordare l’indirizzo; gli vennero in mente alcune vie di Roma ma qualcosa dentro di lui gli diceva che non abitava in nessuna di quelle. Cercò di pensare a un portone, a una scala, a un citofono. Improvvisamente si rese conto con orrore che non ricordava neanche il proprio nome. In quel momento entrò nella stanza un uomo, col camice bianco e il sorriso sulle labbra.

«Che cosa mi è successo? Chi sono? Non ricordo neanche il mio nome. Per carità, che cosa mi è successo?»

«Non si preoccupi, è del tutto normale. Lei ha avuto un intervento di ristrutturazione cerebrale».

Ristrutturazione cerebrale. Queste parole gli dicevano qualcosa. Aveva letto qualcosa al proposito, e abbastanza di recente, gli sembrava.

«Ma perché?»

«Lei aveva tenuto dei comportamenti molto gravi ed era stato condannato a morte. Le è stato proposto di sottoporsi ad una ristrutturazione cerebrale per evitare l’esecuzione, e ha accettato. Adesso lei è una persona completamente nuova, diversa. In regola con la giustizia e in pace con se stesso».

Questa rivelazione lo colpì come un fulmine. Adesso ricordava meglio: la ristrutturazione cerebrale era una tecnica nuova, non ancora sperimentata su esseri umani, di cui aveva letto sulla pagina scientifica di un quotidiano. C’era stato un dibattito: qualcuno sosteneva che sarebbe stato immorale provarla, su chiunque; altri invece dicevano che sarebbe stato accettabile su un criminale condannato a morte, offrendogli in cambio l’estinzione della pena. Evidentemente questa seconda scuola di pensiero aveva avuto la meglio. Ed era toccato a lui.

«Che cosa avevo fatto?»

«Deve prendere l’abitudine di parlare della sua vita precedente in terza persona. Chi aveva fatto quelle cose non è più lei, ormai. È una persona che non esiste più, proprio come se fosse stata giustiziata».

«Sì, ma che cosa aveva fatto quella persona? Lo voglio sapere».

«Glielo diremo se vuole, ma non abbia fretta. È ancora debole. Oltre alla ristrutturazione ha avuto anche una plastica facciale e le sono state cambiate le impronte digitali. Deve riposare, parlare poco, pensare poco. Per adesso credo che di novità ne abbia sentite a sufficienza. A domani».

L’uomo sparì rapidamente. Lui, nonostante il consiglio, riprese a elucubrare, a sforzarsi di ricordare, ma dopo poco il sonno lo vinse.

Lo risvegliò la luce sanguigna del sole che gli filtrava attraverso le palpebre. Accanto a lui c’era nuovamente la donna della prima volta, gli sembrava, ma non era sicurissimo che fosse proprio lei. Comunque sorrideva.

«Va meglio, ora, vero? Si sente più lucido? Abbiamo tolto quasi del tutto i sedativi. Oggi farà i primi passi».

«Bene, grazie, ma la cosa che mi interessa di più, adesso, è capire meglio la situazione. Che cosa ho fatto, anzi, che cosa ha fatto la persona che ero prima, per dover accettare tutto questo in cambio della vita. Mi sono accorto che mi mancano tantissimi ricordi: non so come mi chiamo, quanti anni ho, dove abito. Mi dica qualcosa, la prego».

«È giusto che ci siano queste zone di buio, significa che la ristrutturazione ha funzionato. Lei ha trent’anni. Per quanto riguarda il nome non si preoccupi, quello vecchio non le servirà; ne sceglieremo uno nuovo insieme. Per quanto riguarda il comportamento del suo io precedente, invece, so che non è la prima volta che pone questa domanda e del resto è naturale, ma temo che non sia ancora giunto il momento di affrontare questo argomento. Se vuole, invece di parlarle del suo passato posso provare a spiegarle perché preferiamo ancora non parlarne. Non è la stessa cosa, ma è un passo in quella direzione».

«Sentiamo».

«Abbiamo cercato di rimuovere i ricordi dei suoi atti criminosi senza danneggiare le sue facoltà e le sue competenze, in modo che una volta uscito di qui lei possa riprendere una vita normale e un lavoro; non nello stesso posto di prima, ovviamente. Abbiamo fatto di tutto per preservare tutti i suoi ricordi non collegati ai crimini, in modo da non svuotare la sua individualità più del necessario. Siamo convinti di essere riusciti nel nostro intento, ma è stato tutt’altro che semplice. Adesso, nel suo cervello non c’è più nulla che si riferisca ai crimini ma ci sono, mi passi l’espressione, tanti bordi frastagliati della memoria, attorno alle zone eliminate. È meglio aspettare che questi bordi si rimarginino prima di parlare di quel che contenevano, altrimenti si correrebbe il rischio di andare a riempire le zone vuote con dei falsi ricordi, costruiti sulla base di quello che le raccontiamo».

Meditò brevemente su questo strano concetto dei “bordi frastagliati della memoria” e gli venne un dubbio: «A quanto mi dice avete fatto un lavoro di cesello. Non è possibile che vi sia sfuggito qualcosa?»

«Non lo riteniamo possibile. La mappatura è stata completa e dettagliata. Saranno rimaste, questo sì, alcune associazioni: parole, frasi scollegate da un contesto, sensazioni che in qualche modo erano collegate indirettamente ai crimini. Se dovesse incontrarle le procurerebbero un moderato fastidio. Lei ricorda Arancia Meccanica, vero?».

Stava per domandare come potesse sapere che lui aveva visto quel vecchio film per cinefili, ma poi pensò alla mappatura cerebrale e si limitò ad annuire con la testa, sentendosi come trasparente di fronte alla persona che gli stava parlando.

«Bene, in quel film la nausea è il mezzo con cui al criminale, che conserva le sue tendenze, viene impedito di porle in atto. Nel suo caso è completamente diverso; lei non ha più tendenze criminali e quindi non c’è bisogno di un riflesso condizionato per bloccarle; la sensazione di disagio, o una lieve nausea, sono inevitabili effetti collaterali. Ma vedrà che non saranno frequenti».

«È certo che non ho più tendenze criminali?»

«Noi ne siamo certi. Lei rifuggirà da qualsiasi atto violento, spontaneamente. E in ogni caso quando verrà dimesso, e sarà libero, verrà tenuto d’occhio con discrezione dalla polizia. Questa è stata la condizione del Ministero degli Interni per acconsentire al suo trattamento».

«Può dirmi qualcosa della ristrutturazione? Come si è svolta, in concreto?»

«Io sono una psicologa, non me ne sono occupata direttamente e quindi non sono la persona più competente per risponderle; a grandi linee, lei è stato messo in coma farmacologico e in ipotermia, poi le è stato iniettato nella carotide qualche centinaio di miliardi di nanorobot, non più grandi di una piccola proteina, programmati per leggere le connessioni sinaptiche. Qualche ora dopo, quando avevano terminato il loro compito, i nanorobot sono stati richiamati ed estratti dal suo corpo. Hanno trasferito le informazioni acquisite ad un elaboratore che ha realizzato una mappa completa del suo cervello. In qualche ora il progetto della ristrutturazione è stato completato e i nanorobot sono stati riprogrammati e reintrodotti nella carotide per applicarlo».

«Perché coma farmacologico e ipotermia?»

«Immagino che questo tipo di intervento sia pericoloso o forse addirittura impossibile se il cervello è in funzione; un po’ come se provassimo a sostituire una memoria di massa ad un computer acceso. L’ipotermia è indispensabile perché, mentre sono al lavoro, i nanorobot sviluppano parecchio calore. Lei non solo era immerso in una vasca fredda, ma il suo sangue veniva anche raffreddato in circolazione extracorporea».

Sembrava indecisa se aggiungere qualcosa; dopo pochi secondi finì per dire: «E poi, chiaramente, l’intervento è durato un paio di giorni; se lei nel frattempo fosse rimasto sveglio, o fosse stato risvegliato a metà, ci sarebbe stato il rischio che potesse cambiare idea. Lei aveva liberamente accettato questo intervento, ma se avesse ritirato il suo consenso preferendo la pena di morte se ne sarebbe dovuto tenere conto; tutto sarebbe andato a monte. Compresi gli investimenti fatti che, mi creda, non sono stati piccoli. Diciamo che il coma farmacologico ha anche evitato questo rischio».

«Chi ha sponsorizzato l’intervento? Immagino che i soldi non vengano dal servizio sanitario».

«Beh, non proprio dal servizio sanitario, ma comunque si tratta di un’attività di ricerca a finanziamento governativo. Hanno contribuito anche alcuni privati, convinti che in futuro questa potrebbe essere la soluzione a molti problemi della nostra società».

Nei giorni successivi l’intontimento e la sonnolenza erano ormai completamente scomparsi. Fece parecchio esercizio fisico, prese confidenza con il suo nuovo volto. Seppe che la clinica in cui si trovava era nella periferia di Torino. Passò ore, quasi inebetito, a guardare dalla finestra la coltre di neve che copriva la campagna. Fu sottoposto a un numero che gli sembrò spropositato di esami medici, test psicologici e anche semplici colloqui, che però gli davano l’impressione di essere anch’essi test psicologici, appena un po’ dissimulati. La maggior parte delle sue domande continuarono a restare senza risposta o con risposte evasive e parziali. L’ultimo colloquio, con una persona mai vista prima, riguardava i suoi studi e la sua esperienza lavorativa e gli diede la sensazione di sostenere un esame. Non era lontano dal vero.

«Bene, lei ha superato il test. Le sue competenze professionali sono rimaste intatte. La ristrutturazione è stata molto precisa: non ci sono stati effetti collaterali in questo campo. Da domani lei potrà prendere servizio; le abbiamo trovato un lavoro che sa fare e che le piacerà».

«Di che cosa si tratta?»

«All’incirca la stessa cosa che faceva prima: gestione delle risorse territoriali. Le pratiche di assunzione sono già state sbrigate; si dovrà presentare, domattina alle nove, alla sede di via XXX, qui a Torino».

«Prima abitavo a Roma, vero?»

«Certo. Beh, è vero che i suoi connotati sono cambiati, ma sarebbe stato comunque troppo rischioso lasciarla nella stessa città. Le abbiamo allestito un bellissimo appartamentino in periferia, con un affitto commisurato al suo stipendio. Si ricordi che lei, adesso, è Mario Ricci». Si chinò ed estrasse una grossa busta da una cartellina. «Questi sono i suoi documenti».

«Ah… credevo che il nuovo nome dovessimo sceglierlo insieme».

«Ci scusi ma alla fine abbiamo preferito fare da soli; ci siamo resi conto che era obbligatorio scegliere un nome e un cognome neutri, molto comuni. Lei di tutto ha bisogno meno che mettersi in mostra con un nome inconsueto.».

«Qualcuno, nell’ufficio in cui lavorerò, sa chi ero io?»

«Il suo inserimento ha avuto l’approvazione delle alte sfere del Ministero, molto più in alto del suo diretto responsabile. Nel suo ufficio nessuno sa nulla. Lei risulta trasferito non da Roma, per non destare sospetti, ma dalla sua città natale, Genova, di cui conserva l’accento: è tutto molto plausibile. Nel suo ufficio non ci sono genovesi, che potrebbero farle domande sul suo vecchio posto di lavoro. Abbiamo fatto le cose per bene, studiando tutti i dettagli. Le basterà un minimo di discrezione, non lasciarsi andare a confidenze. Ma adesso basta preoccuparsi: là fuori c’è la libertà, c’è il mondo che l’attende per una nuova vita, Mario Ricci».

Gli diedero dei vestiti, neutri quanto il suo nuovo nome; lo accompagnarono nella sua nuova casa spiegandogli tutte quelle piccole cose che bisogna sapere.

Il mattino dopo si alzò molto presto e, per andare in ufficio, prese la metropolitana alla fermata che gli avevano indicato. Trovò posto accanto ad un ragazzo che aveva i capelli lunghi fino al bacino, seduto con le gambe distese fino a metà corridoio; ascoltava musica in cuffia ad alto volume. Riuscì a sentire che si trattava della Primavera di Vivaldi; lo considerò un buon auspicio. La primavera della sua nuova vita.

* * *

Ormai erano trascorsi quasi sei mesi da quando aveva iniziato a lavorare e, di recente, gli era capitato più volte di cercare di tirare le somme di questo periodo. Anche adesso, aveva gli occhi sullo schermo ma pensava ad altro: cercava di mettere ordine in questa sua nuova vita, di valutarla, di capire se quel suo io precedente avesse fatto bene ad accettare lo scambio.

Alle visite di controllo tutto era sempre risultato a posto dal punto di vista medico; gli psicologi gli domandavano del suo inserimento nell’ambiente lavorativo, e purtroppo doveva rispondere che con i colleghi non aveva legato quasi per niente. Forse per il fatto che lui era piuttosto ritroso, quasi pauroso dei contatti – giustificatamente, ma gli altri non potevano saperlo. E se invece sapessero tutto di lui? Se fosse per quello che si era instaurata quella freddezza, quella distanza? Se si fosse tradito in qualche modo? O se quello che gli avevano assicurato – che solo gli alti papaveri del Ministero erano al corrente – fosse stato semplicemente falso? O se, magari, non sapessero nulla di certo, ma sospettassero?

Mentre era tormentato da queste preoccupazioni teneva gli occhi fissi sullo schermo, ma con la coda dell’occhio si era accorto che Giuseppe lo stava fissando intensamente. Quando si voltò nella sua direzione, Giuseppe si dimostrò imbarazzato; abbassò lo sguardo sulla propria scrivania, fingendo di cercare qualcosa, e dopo poco se ne andò, lasciandolo perplesso.

Gli si avvicinò Lorenzo, uno dei pochi con cui era riuscito a stabilire un rapporto di amicizia, sia pure superficiale, e gli rivolse la parola, facendolo sobbalzare.

«Mario, ricordi vero che questa sera abbiamo la cena dell’ufficio? Ci sarai?»

«Certamente, come al solito».

Rimasto solo, si ritrovò a chiedersi che cosa potesse guardare Giuseppe con tanta intensità. Sulla scrivania non c’era nulla di particolare. Controllò i propri vestiti, ma non trovò macchie.

Quel giorno il caldo cominciava a farsi sentire e aveva indossato, per la prima volta, una camicia a maniche corte. Che si fosse sporcato le braccia appoggiandosi da qualche parte? No, le braccia erano pulite; però sulla parte inferiore, dal gomito fino a metà avambraccio sinistro, c’era un segno lungo e sottile, appena visibile, che poteva forse essere il residuo di una cicatrice, anche se non ne aveva nessun ricordo. Improvvisamente provò un lieve senso di nausea: evidentemente aveva fatto male, in mensa, a scegliere la frittura.

Al ristorante riuscì a sedersi vicino a Tania: non ci aveva sperato. Tania gli piaceva; aveva tentato qualche approccio con lei (gli sembrava di avere qualche possibilità) ma al momento buono lei si ritraeva. Con gentilezza, avendo cura di non ferirlo, ma anche con fermezza. E, alla fine, lui aveva smesso di provarci sul serio; si permetteva solo, ogni tanto, qualche battuta galante che lei accoglieva con un sorriso freddino, di tolleranza ma non di condiscendenza. Ecco perché fu piacevolmente sorpreso quando, accennando a sedersi nel posto libero vicino a lei, non si sentì dire, come temeva, “no, aspetta, deve venire Laura” o, peggio, “Riccardo”.

La serata trascorse come da copione: battute, risate, malignità sul capufficio che, pur invitato, non partecipava mai. Si tenne leggero, memore di quell’accenno di nausea, e non bevve quasi per niente, mentre Tania sembrava voler esagerare; tant’è che, dopo averle educatamente versato del vino un paio di volte, smise di farlo, temendo che potesse stare male.

Ciononostante a fine serata Tania aveva gli occhi lucidi, rideva per un nonnulla e, quando fu il momento di alzarsi dal tavolo, barcollava. Mario le chiese se era venuta in auto o si era fatta accompagnare da qualcuno; per tutta risposta, Tania tirò fuori dalla borsa le chiavi e, con un sorriso ebete, gliele fece dondolare sotto il naso.

«Non puoi guidare in questo stato, lascia qui l’auto, domani è sabato e la riprenderai con calma. Ti accompagno io», disse con il tono più autorevole che gli riuscì. Temeva che Tania avrebbe rifiutato per evitare un suo possibile approccio ma lui non aveva di queste intenzioni: credeva veramente che sarebbe stato un grave pericolo se si fosse messa al volante. Con sua grande sorpresa Tania accettò subito, lasciando ricadere le chiavi nella borsa e biascicando qualcosa in cui lui riconobbe le parole «mio cavaliere». Si accorse che Riccardo, in piedi dall’altra parte del tavolo, guardava la scena con una strana espressione che non riuscì interpretare. Gli sembrò addirittura di disgusto.

Durante il tragitto Tania si addormentò e la sua testa scivolò sulla spalla di Mario. I lunghi capelli biondi gli scendevano sul petto e il suo profumo, misto a un vago sentore di vino, gli riempì le narici. Ebbe un’erezione e si rese conto che non è solo l’alcol a rendere la guida pericolosa. Si impose di concentrarsi sulla strada e sul navigatore; presto furono a destinazione e questo tormento ebbe fine.

Riuscì a farsi dire a che piano abitava e la accompagnò fino alla porta, cingendola alla vita per sorreggerla ma con riluttanza, come se sentisse di stare approfittando della situazione. Il braccio sinistro di lei gli passava sul collo e la testa le ciondolava, ma non sentiva il suo peso gravare su di lui.

Attese con pazienza che lei, con la mano libera, frugasse nella borsa alla ricerca della chiave. Quando la porta fu aperta, Tania non fece nessuno sforzo per cercare di reggersi sulle sue gambe. Alla fine lui si decise, la accompagnò dentro e richiuse la porta dall’interno.

Tornò a casa che albeggiava. Provò a stendersi sul letto per riposare ma capì subito che non c’era da sperarlo. La nottata di sesso l’aveva lasciato in uno stato di eccitazione che non sembrava volersi attenuare. Dopotutto questa era la prima volta, nella sua nuova vita.

Rifletté sui misteri della sorte: dopo aver corteggiato a lungo Tania senza successo era ormai sicuro che non ci sarebbe mai stato nulla tra loro. Ma certamente doveva ringraziare il vino per questo episodio insperato, e per questo si sentiva in colpa. Lunedì, senza dubbio, Tania si sarebbe tenuta a distanza da lui, facendo finta di niente, e tutto sarebbe finito così, una parentesi da dimenticare per lei, da conservare gelosamente nella memoria come il primo bel ricordo della sua nuova vita per lui.

Invece nel pomeriggio Tania gli telefonò. Sembrava che non avesse postumi della sbronza; la voce era chiara, per nulla impastata. Per un attimo Mario temette di venire insultato, di sentirsi accusare di aver approfittato di lei.

«Mario, mi accompagneresti a riprendere la mia auto? Dev’essere da qualche parte vicino al ristorante ma non ricordo dove, mi dovrai aiutare a cercarla».

Non fu difficile trovarla. Mario si stupì della propria faccia tosta quando si sentì proporre a Tania di scortarla fino a casa, cosa evidentemente del tutto inutile, poi si irrigidì in attesa dell’ovvio rifiuto.

«Ci vediamo là; ricordi la strada?»

Questa volta non era ubriaca; si stava verificando l’impossibile. Il fatto che si stesse profilando una nuova nottata di sesso (o forse era ormai il caso di dire amore?) con una Tania pienamente consapevole portò Mario al culmine dell’eccitazione. Anche se un pensiero sgradevole si affacciò a disturbarlo: se questa relazione si fosse confermata una cosa seria, prima o poi lui avrebbe dovuto parlarle del proprio passato.

Lunedì, in ufficio, Mario aveva la testa tra le nuvole, un sorriso stampato sul viso e nessuna voglia di lavorare. Cercò di darsi un’aria indaffarata sfogliando i documenti che aveva sul tavolo. Prese in mano un rapporto dell’Autorità di bacino del Po e si accorse che sotto c’era un ritaglio di giornale.

FERITO IL MOSTRO DELLA FERROVIA”

Roma, 2 Dicembre 2030”

Questa, forse, è la volta buona. La Polizia ha rivelato che l’omicidio di XXX XXX, per come è stato consumato, è quasi certamente da attribuirsi al cosiddetto Mostro della Ferrovia; sarebbe il decimo di questa lunga scia di morte. Ma, questa volta, qualcosa è andato storto per il mostro: la vittima ha lottato più di quanto si aspettasse ed è riuscita a ferirlo con un coltello, probabilmente ad un braccio. La Polizia dispone ora di materiale ematico più che sufficiente per l’estrazione del DNA. Gli esperti della Scientifica stanno consultando le banche dati…” Si sentì venir meno e non riuscì a leggere oltre.

Una voce lo chiamava; aprì gli occhi e vide Tania, in lacrime, china su di lui. Raccolse tutte le forze, riuscì a mettersi in piedi e corse verso il gabinetto, perché sentiva di non riuscire a trattenere il vomito.

Più tardi, camminando per la strada a capo chino, le cose cominciavano a chiarirglisi. Tania si era offerta di riaccompagnarlo a casa ma lui aveva rifiutato, sentiva l’assoluta necessità di stare solo.

Tania non era innamorata di lui ma di quell’altro. Era, evidentemente, una di quelle donne con la manìa della redenzione, morbosamente attratte dai criminali. Solo che lui non aveva bisogno di essere redento. Lui non era quello che Tania amava.

Nel suo peregrinare sconsolato arrivò davanti a una chiesa e, dopo un attimo di indecisione, entrò. C’era un confessionale con la lucina accesa; si inginocchiò.

«Da quanto tempo non ti confessi?» Dalla voce, il prete doveva essere molto anziano.

«Non credo di essermi mai confessato in vita mia. Senta, padre, non so neanch’io perché sono qui. Non sono credente. Vuole ascoltarmi lo stesso? Il mondo mi sta crollando addosso, ho bisogno di parlare, di confidarmi con qualcuno».

«Dimmi, figliolo».

«Io sono il Mostro della Ferrovia. Ha letto qualcosa sui giornali?»

«Sì figliolo, ma il Mostro della Ferrovia è morto nel tentativo di sfuggire alla cattura, non puoi essere tu».

«No padre, le cose non sono andate così. Mi deve credere. Sono stato catturato vivo e mi hanno sottoposto ad una ristrutturazione cerebrale. Mi hanno anche fatto una plastica facciale. Non ricordo nulla di quello che ho fatto prima, fino a poco fa sapevo solo di essere stato un criminale, ma adesso ho scoperto chi ero».

«Se è come dici, perché i giornali hanno diffuso una notizia falsa?»

«Evidentemente questa operazione doveva restare segreta. Ma qualcuno l’ha capito, sono stato scoperto».

«Se sei il Mostro della Ferrovia, devi consegnarti alla Polizia».

«Ma non capisce, Padre? Non sono un criminale in fuga; la Polizia sa tutto di me. Sono stato sottoposto ad una ristrutturazione cerebrale. Io ero il Mostro della Ferrovia, ma non lo sono più. Non ricordo nulla di quello che ho fatto. Non provo più nessun impulso violento. Solo angoscia».

«Non so che cosa sia questa ristrutturazione cerebrale di cui parli, ma solo la Confessione può rimettere i peccati. Se tu sei davvero il Mostro della Ferrovia devi convertirti, pentirti ed espiare le tue colpe».

Si alzò ed uscì dalla chiesa. Cominciava ad imbrunire. Era vestito leggero e un alito di vento lo fece rabbrividire.

Camminò ancora, lentamente, fino ad arrivare a un ponte. Si sentì mettere una mano su una spalla; si voltò e ricevette un pugno in pieno viso.

Cadde a terra sanguinante. Erano in tre, gli furono addosso; infierirono con calci e bastonate.

«Ti sei divertito, eh, bastardo, con quelle povere ragazze? Beh, adesso tocca a noi».

Con l’occhio destro, che si era salvato dalle botte, vide in lontananza due poliziotti che osservavano la scena. Eh già, ricordava: la Polizia lo doveva sorvegliare discretamente. Gli sembrò di cogliere un sorriso sulle loro labbra; poi svenne.

I poliziotti, adesso, lo stavano sorreggendo.

«Come si sente?»

Non riuscì a rispondere, gli mancava il fiato. Doveva avere parecchie costole rotte. Dolore alla pancia, alla schiena, al basso ventre. Passandosi la lingua sui denti sentì che ne mancavano molti. Il sapore dolciastro del sangue, stranamente, lo preoccupò più di tutto il resto. Si pulì la bocca sull’avambraccio.

«Vedrà che non è niente. Ce la fa a reggersi in piedi?»

Accennò di sì con la testa e si appoggiò al parapetto. Capì, senza ombra di dubbio, che il suo io precedente aveva commesso un ultimo errore accettando quello scambio. Avrebbe dovuto affrontare la pena di morte che meritava. Non c’era più posto per lui in questo mondo. Nessuna nuova vita. Ma la soluzione era lì, di fronte a lui.

I poliziotti, adesso, si erano allontanati di qualche metro; gli davano la schiena e uno dei due stava parlando al cellulare.

Non aveva forze per scavalcare il parapetto ma cercò di sporgersi: il suo peso avrebbe fatto il resto. Quando stava per precipitare, si accorse con orrore che non poteva farlo. Si ritrasse in sicurezza. Era stato privato di ogni impulso violento: evidentemente anche della violenza verso se stesso.

La sirena di un’ambulanza riuscì a superare il ronzìo che aveva nelle orecchie. Si stava avvicinando. L’avrebbero rimesso in sesto, gli avrebbero trovato un nuovo lavoro, in un’altra città. Gli avrebbero offerto un’altra nuova vita.

Nella luce del crepuscolo vide una figura che si dibatteva nell’acqua, andava sotto e poi tornava a galla. Era a poca distanza, ma non si sentivano urla; la sirena, ormai vicinissima, le doveva coprire. Riuscì a sporgersi abbastanza per cadere giù.

Le braccia gli facevano male ma riuscì a raggiungere l’uomo che annaspava. Lo prese per la testa e lo tirò verso riva. Poi, finalmente, la vista dell’occhio destro gli si annebbiò e il sapore del fango coprì quello del sangue.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , | 6 commenti

Roccia

Noi siamo i Renitenti e la nostra è una comunità anarchica: ognuno è libero di farsi i cazzi suoi finché questi non interferiscono con i cazzi di qualcun altro. È per questo che don Luigi ha sempre detto le sue messe e gli atei come me, che siamo la maggioranza qui da noi, non ci si sono mai fatti vedere. Senza che lui tentasse di costringerci e senza che noi tentassimo di azzittirlo.

Questa volta, però, sta di fatto che ci sono anch’io alla messa di don Luigi, con il mio violino da mendicante che cerco di suonare come un’orchestra intera. Ci siamo tutti e quaranta, anzi trentanove ormai, povero Roccia, accovacciati qui nel sottobosco. Ma è un caso molto particolare: è una messa da morto. Roccia non penso che fosse credente, non aveva mai parlato di queste cose, ma don Luigi ha voluto commemorarlo lo stesso a modo suo, e secondo me questa volta ha fatto bene, sissignore. Povero Roccia.

Io me lo ricordo, quando è entrato Roccia, sissignore. Alcuni di noi – Jitters, Lesto e Bocca di Rosa – erano andati giù in paese, a San Modesto, con gli zaini pieni di roba da vendere: un po’ di erba, qualche foglia di salvia e qualche fungo. Era un giorno di mercato, in cui i Regolari venivano anche su dalla città per rifornirsi.

Tra di noi di soldi non se ne usano, sta di fatto, ma capita qualche volta di averne bisogno per procurarsi qualcosa di utile, che so, una medicina, un attrezzo, dei semi, nel porco mondo dove nessuno ti dà niente per niente, e perciò è bene averne sempre una piccola riserva, sissignore. Anche se ormai i soldi è più difficile spenderli che procurarseli. Nelle città sarebbe proprio impossibile, se fai tanto di tirare fuori troppe banconote può essere che chiamino la Madama e ti tocca scappare. Loro per farti pagare vogliono prenderti l’impronta del dito o dell’occhio, ma con noi non serve a niente perché siamo sconosciuti al sistema, e soprattutto alla banca.

Nei paesi, invece, qualcuno che accetta i soldi si trova, almeno per ora, anche se è difficile comprarci roba grossa, che so, un trattore, un generatore, perché chi te la vende deve per forza essersela procurata pagando con il dito o con l’occhio, e può capitare che gli chiedano di spiegare dove è andata a finire. Per una volta può denunciare un furto, ma se ne denuncia troppi finisce che lo sgamano.

Basta, sto divagando. Sta di fatto che Jitters, Lesto e Bocca di Rosa erano scesi con un po’ di merce. Ora, è chiaro che con i paesani e con i clienti abituali non si fa, rovinerebbe il rapporto di fiducia, ma se si incontra qualche Regolare sconosciuto, perché no? Roccia – allora non si chiamava ancora così, naturalmente – se ne stava andando solo soletto per la via principale. Era grande e grosso da far paura ma quella sua faccia impenetrabile, senza espressione, deve aver tratto in inganno Lesto: deve aver pensato che fosse un po’ tonto, mentre Roccia non lo era, secondo me, nossignore. Solo taciturno. Bene, sta di fatto che Lesto, che è un mago in queste cose, dopo aver verificato che le ombre non lo tradivano gli si è messo proprio dietro seguendolo passo passo e con mano leggera, come sa fare lui, ha cominciato ad aprire la cerniera più bassa del suo zaino, dove si vedeva un gonfiore che sembrava tanto un buon vecchio portafogli pieno di buone vecchie banconote. Altro che tonto! Non l’aveva aperta neanche a metà che Roccia se n’è accorto, si è voltato di scatto e gli ha rifilato uno smataflone, con quelle sue mani che sembravano pale, da girargli la testa all’incontrario. E sì che Lesto ha il tocco leggero come una piuma e certo non gli manca l’esperienza.

Beh, insomma, io non c’ero quella volta lì, ma Bocca di Rosa mi ha raccontato tutto per filo e per segno e mi sembra di vedermi la scena, sissignore. Sta di fatto che Lesto è caduto giù con un paio di denti in meno, svenuto e sanguinante, e cadendo deve anche aver battuto la testa, perché poi gli abbiamo trovato un bel bernoccolo sulla cucuzza. Roba che poteva morire, ma è stato fortunato. Mentre Jitters se l’è subito squagliata Bocca di Rosa, che di coraggio invece ne ha da vendere, pensando che Roccia volesse infierire si è messa in mezzo e ha cominciato a strillare. “Guarda cos’hai fatto, porco assassino”, e qui, e là, come sa fare lei.

Bene, sta di fatto che quel gigante con la faccia di latta s’è fermato, ha guardato Bocca di Rosa, poi ha guardato Lesto che era per terra ai suoi piedi e poi s’è messo a piangere. Sembra impossibile ma è così. Bocca di Rosa era stupita, non si aspettava questa reazione, era pronta ad usare le unghie e i denti, come quella volta che quasi cavò un occhio a un Regolare che se la voleva fare con la forza. Ma questa volta non ce n’era bisogno. Anzi, con le buone Bocca di Rosa l’ha convinto a prendere in braccio Lesto, che di sicuro da solo non ce la faceva, e a portarlo su per lo scalanco. Che a salire si faceva fatica anche senza avere un altro in braccio. E poi sul ponte di corda sull’orrido, che deve aver scricchiolato sotto quel peso, ma ha tenuto quella volta. Sta di fatto che da allora Roccia è sempre rimasto con noi.

Mi veniva da dire è sempre rimasto qui, mi ero quasi dimenticato che noi non siamo più dove eravamo allora, anzi un posto dove stare in questo porco mondo non ce l’abbiamo più, lo stiamo cercando, come gli Ebrei nel deserto. Ma almeno siamo ancora vivi, grazie a Roccia. Sissignore, sta di fatto che è proprio lui che ci ha salvati.

Lesto poi si è ripreso, è bastato qualche giorno ed è tornato come nuovo, salvo i due denti naturalmente, che quelli non ricrescono. E non ha serbato nessun rancore a Roccia. D’altra parte un artista delle tasche altrui deve pur mettere in conto che può trovare qualcuno che lo fa nero di botte. E non è neanche il peggio che gli può capitare, nossignore.

Ah, per curiosità bisogna dire che quel gonfiore nello zaino di Roccia, che aveva attirato l’attenzione di Lesto, non era un portafogli ben fornito ma un panino al formaggio raffermo, schiacciato in forma di portafogli, che doveva essere lì da qualche giorno. Roccia di soldi non ne aveva neanche un po’, nossignore.

Da quando è stato con noi, Roccia accompagnava quasi sempre quelli che scendevano. Chiaro che se ne stava un po’ in disparte, grande e grosso com’era lo si vedeva troppo, però dava sicurezza sapere che era nei paraggi, magari dietro l’angolo. Una volta che un Regolare voleva fare il furbo e andarsene con un etto senza pagare, Roccia gli ha fatto capire che non era il caso. Oh come gliel’ha fatto capire bene, sissignore.

E come gli è arrivato quel nick? Beh questo ad essere sincero non lo ricordo, ma è facile da immaginare. Sia per com’era grande e forte e robusto, sia per quella sua faccia senza espressione, che non rideva e, tranne quella volta che ho appena raccontato, non piangeva mai. Sembrava che non sentisse né la fatica né il dolore. Un Ercole era, con i capelli neri lisci folti e il naso e il mento da statua greca, con quelle braccia grosse come tronchi e quei muscoli che sembravano gonfi come quelli di un culturista ma nossignore, Roccia di schifezze di sicuro non ne aveva mai prese, era così di suo. E se ne accorse subito anche l’altra metà del cielo. Noi siamo una comunità anarchica e vige il libero amore, e tutte le donne se lo contendevano, Bocca di Rosa per prima, che certe volte sembrava che volesse l’esclusiva perché l’aveva portato lei. Ma non credo che Roccia abbia passato due notti di seguito nello stesso letto. Sarà anche questo che ha contribuito al nick? Si fa per scherzare, eh, questo non è mica un pornazzo.

Sta di fatto, però, che Butterfly se n’era proprio incapricciata e aveva fatto di tutto per restare incinta. E non era poi una cattiva idea. Non sarebbe stato male, per lei e anche per tutti noi, avere un piccolo Roccia da crescere, assieme a tutti gli altri bambini. Ma niente.

Tonto non lo era, però sta di fatto che qualcosa di strano doveva averlo. Mi sembra quasi di far male a parlarne adesso che è morto, e morto da eroe, ma poi penso che noi non siamo ipocriti come i Regolari, che quando uno di loro muore diventa subito santo anche se da vivo era un porco come sono quasi tutti i Regolari. Nossignore, da noi si usa dire le cose come stanno, pane al pane e vino al vino, e non c’è proprio niente di male se dico che Roccia qualcosa di strano ce l’aveva.

Sta di fatto, per esempio, che, quando arrivò, Lara gli chiese come si chiamava e lui disse che non lo sapeva. Lara in pratica è la nostra capa, anche se una comunità anarchica un capo vero e proprio non ce l’ha, ma Lara non comanda, siamo noi che sappiamo che è intelligente e saggia e prima di fare qualcosa di importante le chiediamo sempre il suo parere. Lara è degli anziani ma non è che sia vecchia, nossignore, sta di fatto che se avesse tutti i denti sarebbe ancora una bella donna. Non è vecchia ma ha tanta esperienza, sa tante cose, soprattutto del porco mondo. Quando era con i Regolari insegnava all’Università, qualche faccenda del computer, che cosa non saprei dirlo di preciso perché io di queste cose non ne so nulla. Solo che sono porche cose. E deve averlo capito anche Lara se alla fine ha mandato affanculo l’Università e tutti quanti per venire qui con noi.

È un bene che ci sia qualcuno che ne capisce di queste porche cose perché il nemico bisogna conoscerlo, altrimenti sei fritto ancor prima di cominciare. Una volta, che i nemici erano gli spiriti cattivi, ogni tribù aveva il suo sciamano; adesso gli spiriti cattivi sono volati via chissà dove e i nemici sono uomini in carne ed ossa, che con queste porche macchine cercano di fotterci tutti, e anzi ci sono già riusciti un bel po’. Allora lo sciamano non serve più e le tribù (perché noi siamo come una tribù, sissignore) devono avere un hacker. Si dice così. Come cambiano i tempi, sta di fatto.

Lara è la nostra hacker ed è brava, ma non si intende solo di computer. Capisce bene anche gli uomini e le donne, e se dice che Roccia era sincero che non si ricordava il suo nome, io le credo, sissignore. Ma poi Roccia non ricordava neanche da dove veniva, tant’è che qualcuno aveva cominciato a pensare male, diceva che doveva essere una porca spia, mandato dai Regolari a intrufolarsi tra di noi. Per fortuna Lara, che la testa sulle spalle ce l’ha, disse che era una sciocchezza, che se fosse stato una porca spia un nome e un indirizzo ce li avrebbe detti, falsi magari, per non farsi sgamare. È logico, sissignore. E infatti poi si è visto: era un eroe, non una porca spia, e quelli che lo dicevano si sono dovuti vergognare.

Altri sostenevano che Roccia era così per qualcosa che gli avevano fatto i Regolari. Una specie di esperimento, qualcosa di strano insomma. E qui, per quel che è successo dopo, bisogna dire che un po’ di ragione ce la dovevano avere. Qualcosa di strano, sta di fatto. Ad esempio, se lo guardavi negli occhi aveva l’iride di tinta unita, tutta uguale, senza i segnetti che abbiamo noi. E i polpastrelli erano lisci, come se ci avessero passato l’acido. Ma quando era tra i Regolari come faceva, allora? A vent’anni non ce l’aveva un conto in banca?

Lara diceva che lei credeva di aver capito la storia di Roccia e perché era così, ma non ha mai voluto spiegarci niente. Troppo complicato, diceva, e poi di certe cose è meglio non parlarne, finisce che qualcuno le storce come vuole lui. Che ci fidassimo che Roccia non era un nemico, anzi era una vittima del porco mondo anche lui, come noi e anche di più. E se lo dice lei io mi fido, sissignore.

Lara, lei ne sa, di cose. Ad esempio, molti credono che siamo al sicuro perché non ci siamo mai fatti prendere le impronte delle dita e degli occhi, e perché non siamo collegati con la Rete, e quindi è come se non esistessimo. (A dire il vero Lara un collegamento ce l’ha, per sapere quel che succede nel porco mondo, ma passa via radio attraverso un suo amico, un Regolare che tiene la nostra parte. Abbiamo anche noi le nostre spie, eh. Meno male).

Ma Lara ci ha spiegato che magari bastasse non aver dato via gli occhi e le dita e non essere in Rete. Ci sono i satelliti lassù, ha detto, che guardano dappertutto, e appena metti il naso fuori dal bosco, se devi andare a raccogliere la frutta o a pascolare, che so, o se scendi a San Modesto, ti vedono e capiscono che non sei un Regolare e sanno dove ti rintani. Ma allora com’è che ci lasciano in pace se sanno dove siamo? Lara ha detto che è perché tutto sommato non gliene frega niente, noi siamo al margine, dropout, cagati fuori dalla “civiltà” (e se uso le virgolette i miei motivi ce li ho), ma finché ci limitiamo a vendere un po’ di roba e a fare qualche borseggio e a mendicare suonando il violino non facciamo male a nessuno, e gli costerebbe di più venirci a prendere che lasciarci in pace. Se invece ci venisse in mente di fare come i Resistenti, i nostri cugini dell’altra vallata, che mettevano le bombe, allora sì che varrebbe la pena, e infatti i Resistenti non ci sono più, una notte li hanno ammazzati tutti con le mitraglie, tranne Kid che si è rifugiato qui da noi, e forse altri due o tre. Ma lì probabilmente, dice Lara, non è stata la Madama, che le mani di sangue non se le vuole sporcare: in questi casi appaltano il lavoro agli Spazzini. Di quelli c’è da aver paura, sissignore.

Sì, perché sta di fatto che gli Spazzini non lavorano mica solo per la Madama, gli piace anche tenersi in esercizio e spesso fanno di testa loro. Oppure lavorano per chi li paga. E infatti alla fine se la sono presa anche con noi, anche se di bombe non ne mettiamo e non diamo fastidio a nessuno. Lara dice che forse è perché abbiamo preso Kid, ma io non credo; secondo me non se ne sono neanche accorti. Mica saranno poi onnipotenti, e che cazzo. E poi che dovevamo fare poverino, mandarlo a cagare dopo che gli avevano sterminato amici e parenti? Da soli non si sopravvive in questo porco mondo, e se non ci aiutiamo tra noi chi ci deve aiutare? Infatti anche Lara l’aveva detto, è un rischio che dobbiamo correre, sissignore.

Con noi non hanno usato le mitraglie. Io l’avevo sempre detto che era pericoloso quel posto vicino a San Modesto, sissignore. Sembrava il posto più sicuro del mondo perché sta di fatto che c’era da farsi il culo su per lo scalanco e poi c’era il ponte di corda sull’orrido, che era facile da sorvegliare. Tutti la pensavano così, ma io dicevo che se c’era solo il ponte da sorvegliare c’era anche solo il ponte per andarsene, e quindi eravamo facili da tappare. Grigio, Jitters e Waldo mi sfottevano; Jitters mi diceva “Che vuoi, che ci mandino l’esercito?” Sempre coraggioso quello, tranne quando il pericolo poi c’è davvero. E difatti quando sono venuti gli Spazzini lui è stato il primo a cagarsi in mano, sissignore. E ha fatto quel che ha fatto.

Lara mi dava ragione, invece, ma diceva anche che bisognava rispettare la maggioranza, e se alla maggioranza andava bene stare lì bisognava stare lì, altrimenti che comunità anarchica del cazzo saremmo stati se qualcuno decideva che bisognava muoversi e tutti dovevano dargli retta? Per cui lei sarebbe stata lì, sperando che tutto andasse bene. Ma purtroppo no, invece, nossignore.

Sarà stato un mese dopo che avevamo preso con noi Kid, una notte ho sentito delle urla, ho aperto gli occhi e entrava la luce dalle fessure della capanna, la luce rossa del fuoco. Sono uscito, ci siamo contati, per fortuna c’eravamo tutti, anche i bambini che piangevano in braccio alle donne. Ci siamo precipitati al ponte e qui abbiamo avuto proprio una brutta sorpresa, sissignore. Sta di fatto che qualcuno aveva tagliato le corde, dall’altra parte, e il ponte non lo si vedeva più perché penzolava giù nell’orrido. Tappati, eravamo, proprio come avevo detto io. E il fuoco stava arrivando alle piante e all’erba lì vicino al ponte, dove ci eravamo radunati. Waldo e Robin cominciarono a dire che era meglio buttarsi giù che finire arrosto, si faceva una morte meno dolorosa.

Sta di fatto che Roccia, che era lì con noi anche lui, è tornato indietro dentro al fumo, che non so come abbia fatto, e dopo un po’ è riemerso tutto nero e bruciacchiato. Era riuscito ad arrivare al nostro deposito e aveva preso un lungo rotolo di corda bella robusta e un grosso rampino, fatto un po’ come un’ancora con quattro uncini, che usavamo per raccogliere le cose che cadevano nell’orrido, se si fermavano su qualche sporgenza non troppo in basso.

Legò come si deve la corda da una parte al rampino e dall’altra a un albero, poi con un lancio solo riuscì ad azzeccare uno degli alberi dall’altra parte, dove era stato attaccato il ponte. Svelto come un serpente, tenendosi alla corda, scese nell’orrido fino all’estremità del ponte. Piegò le gambe attorno alla prima traversa del ponte, in modo da tenerla nell’incavo delle ginocchia e, a forza di braccia, si tirò su dall’altra parte con il ponte e tutto, e cominciò a legarlo agli alberi.

Vedendo che il ponte c’era di nuovo, o almeno sembrava, tutti volevano salirci ma Roccia, dall’altra parte, fece cenno con la mano di fermarsi, di aspettare, che il ponte non era ancora fissato per bene, se ci si saliva sopra si andava a finire da basso. Se avessimo aspettato come voleva lui sarebbe andato tutto bene, ma certa gente è stupida e diventa ancor più stupida quando ha paura, e Jitters fu il primo a salire sul ponte senza aspettare che fosse legato per bene, e Waldo gli andò dietro, e quasi stavano per cadere giù da basso perché la corda era ancora lasca, e sta di fatto che tutto sommato gli sarebbe stato bene, sissignore.

Quando Roccia capì che non aveva il tempo di finire il lavoro si avvolse la corda attorno alle braccia, riprese la prima traversa del ponte nell’incavo delle ginocchia, come aveva fatto per tirarlo su, e tenne teso il ponte con la forza dei suoi muscoli. Riuscimmo a passare tutti. L’ultima fu Lara e subito dopo la corda, che non era stata legata bene agli alberi, si sciolse e il ponte ripiombò giù, e Roccia con lui. Quando sbatté contro la parete dell’orrido, Roccia perse la presa con le gambe e precipitò andando a fermarsi su una sporgenza, sarà stata a cinquanta metri. Restò immobile, in una posa innaturale, come accartocciato su se stesso. Era un Ercole, ma non era invulnerabile come Superman, nossignore. Purtroppo.

Il corpo ci è costato fatica ma l’abbiamo recuperato, alla fine. Almeno questo glielo dovevamo. Dexter, che quand’era tra i Regolari faceva il dottore, ha detto che aveva delle fratture esposte e dentro alle ossa si vedeva del metallo. Qualcosa di strano ce l’aveva, sta di fatto.

Strano ma tonto no, nossignore, dato che nel pericolo è stato l’unico a tenere la testa sul collo e a lavorare con il cervello, oltre che con i muscoli. E adesso Roccia è qui con noi, per l’ultima volta, mentre don Luigi dice la sua tiritera e io, col mio violino da mendicante bagnato di lacrime, sto suonando il motivo del Canto Funerario di Fauré. Non credevo di ricordarlo. Ma sta di fatto che mi è venuto spontaneo, sissignore. Almeno questo glielo dovevamo.

* * *

«Ho saputo che si è poi risolta quella storia incresciosa del Delta fuggitivo, dopo tutto questo tempo».

«Sì. L’avevamo perso di vista perché si era rifugiato presso una comunità di emarginati, sulle montagne. L’abbiamo scoperto seguendo le tracce di un transfuga di un’altra comunità».

«Come siete intervenuti?»

«Avevamo dato ordine di eliminare tutta la comunità che lo ospitava, ma questa volta la squadra di pulizia ha fallito. Però il Delta, almeno, è morto».

«È questo che conta. Tra l’altro, non sarebbe stato eccessivo eliminare tutti quanti?»

«Non si lasci prendere dai sentimentalismi, signore. Sono criminali asociali, vivono di spaccio e di furti, alimentano il circuito economico illegale e, se appena riescono a procurarsi un po’ di esplosivo, organizzano degli attentati».

«Non sono sentimentalismi, è conoscere il proprio mestiere. Gli interventi dovrebbero sempre essere mirati e circoscritti. Vogliamo risolvere un problema, non correre il rischio di crearne degli altri. La prossima volta, prima di decidere una cosa del genere, mi passi parola».

«Mi scusi, sarà fatto».

«Il cadavere è stato recuperato?»

«Non ancora. Vede, gli emarginati lo considerano un eroe. Il cadavere è esposto. Appena lo seppelliranno, manderemo a recuperarlo».

«Basta che non pensino di cremarlo. Sarebbe imbarazzante se saltassero fuori gli inserti in titanio».

«Non credo, non è nella loro tradizione. E poi una pira sarebbe pericolosa, là in mezzo ai boschi; ne sanno già qualcosa. Comunque li terremo d’occhio».

«Ma come si era potuta verificare questa fuga? Ha dell’incredibile. E la vostra sorveglianza?»

«I Delta, fino a questo episodio, erano soggetti ad una sorveglianza molto blanda. Normalmente non prendono iniziative, sono facili da controllare: sono fatti così apposta. Quello che non avevamo previsto è che occasionalmente uno potesse sfuggire, almeno parzialmente, al condizionamento. D’altra parte il processo produttivo, allora, era ancora in via di sperimentazione. Credevamo che il risultato delle modifiche genetiche fosse uniforme, invece questo episodio ci ha dimostrato che possono esserci degli outlier. Quel Delta, a differenza degli altri, deve aver capito che lo aspettava una vita di schiavitù e ha cercato di sottrarvisi. Abbiamo fatto tesoro dell’esperienza».

«Almeno quello. Ma non depone a vostro favore il fatto di non averlo previsto. In queste cose è indispensabile procedere con la massima cautela. Che cosa sarebbe successo se il Delta fosse stato uno di quelli non sterilizzati? O se fosse finito nelle mani della Genomat?»

«Abbiamo aperto il nostro centro di ricerca in questo luogo sperduto proprio per la riservatezza. La Genomat è ben lontana da qui».

«Ma ha agenti dappertutto. Non cerchi di giustificarsi, peggiora la sua situazione. Riconosca i suoi errori. La verità è che lei si è fatto mettere nel sacco da un Delta.  Non male per un Alfa Più. Complimenti».

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento