Obsolescenza

Le mani di Filippo volavano agili sulla tastiera del pianoforte a coda rincorrendo le note cariche di romanticismo dello studio numero 12, opera 8 di Scriabin. L’esecuzione era impeccabile, come sarebbe potuta essere quella dell’autore stesso.

Non c’era nulla da stupirsi per questo. DNC, la società che aveva realizzato e installato l’impianto neurale di Filippo, era nota per un rigore filologico forse persino eccessivo, e aveva preso il rullo Welte-Mignon registrato da Scriabin a San Pietroburgo nel 1910 come riferimento per questo brano, limitandosi a renderlo lievemente più fluido; in maniera simile, anche per ogni altro brano disponibile nel repertorio era stata effettuata un’accurata ricerca per garantire che l’esecuzione fosse la più appropriata.

All’epoca in cui aveva realizzato questo impianto, la DNC era ancora una ditta quasi artigianale e un cliente come Filippo, disposto a spendere una piccola fortuna per questo nuovo prodotto, si era sentito in diritto di esprimere le proprie preferenze. Il direttore artistico, però, era stato inflessibile e anche un tantino scortese, a ben vedere: “chi la ascolterà giudicherà noi attraverso di lei, e perciò non possiamo permetterci cadute di stile”.

Filippo aveva preso male questa disapprovazione dei suoi gusti fatta con così poco tatto ma non aveva pensato neanche per un momento di rinunciare all’impianto, visto che allora non c’erano altri fornitori affidabili sul mercato. Così adesso si ritrovava a suonare i notturni di Chopin come Benedetti Michelangeli, dal momento che la sua richiesta di basarsi sull’esecuzione di Pollini era stata respinta senza appello. Sublime, per carità, ma quello stile non riusciva a sentirlo suo.

Questi pensieri e questi ricordi affollavano la mente di Filippo senza influire per nulla sui movimenti delle sue mani, che venivano gestiti direttamente dall’impianto. Non gli era mai stato chiaro come fosse possibile non sentirsi controllati dall’esterno come una marionetta, eppure era così. Gli bastava desiderare di suonare uno dei brani presenti nel repertorio, così come si desidera di prendere un bicchier d’acqua e portarselo alla bocca, e poi aveva la meravigliosa sensazione di essere proprio lui l’esecutore, come se avesse passato giorni di fatica ad apprendere il brano, anche se la sua mente restava disponibile ad altri pensieri. Un automatismo, insomma, come quelli che governano le azioni più consuete, già compiute milioni di volte, che non necessitano più di attenzione e vanno per conto proprio; un automatismo integrato benissimo nella sua personalità.

Erano ormai passati cinque anni dall’installazione e tutto funzionava ancora perfettamente come i primi giorni. Non c’era stato nessun rigetto, né biologico né psicologico. Eppure Filippo non era soddisfatto. Non era più soddisfatto da qualche mese, per la precisione.

Obsolescenza, ecco la parola giusta per spiegare la sua insoddisfazione; una parola sgradevole che già da tempo si era affacciata spontaneamente alla sua mente ma che aveva sempre respinto come inaccettabile; eppure era così. Qualcosa che non aveva proprio considerato quando aveva deciso di farsi fare l’impianto.

Fin da ragazzo era attratto dalla tecnologia e aveva tanto denaro a disposizione: quanti computer, terminali di comunicazione, sistemi personali di realtà aumentata, sistemi di riproduzione musicale aveva acquistato e poi dismesso, non perché si fossero guastati ma perché erano diventati obsoleti, perché c’era di meglio sul mercato! Nessun problema: li regalava a qualcuno con minore disponibilità economica o addirittura li portava ad un punto di riciclo, e li sostituiva con l’ultima novità. Già, ma adesso, a quanto pareva, con il suo impianto neurale musicale non poteva farlo.

Si alzò dallo sgabello e desiderò vedere l’ora. L’impianto intraoculare rispose prontamente come al solito mostrandogli in semitrasparenza l’orologio nel suo stile preferito, a segmenti di cristalli liquidi: molto rétro, gli ricordava gli anni della sua infanzia. Erano le 19:32 e quindi era già in lieve ritardo per l’appuntamento. Rinunciò a cambiarsi e, in veste da camera, andò rapidamente in sala videoconferenze; l’immagine olografica del tecnico medico della DNC lo stava già aspettando, ma senza segni di impazienza.

Dopo rapidi convenevoli, Filippo andò subito al dunque.

«Voglio rimpiazzare il mio impianto musicale con uno di ultima generazione. Non è questione di prezzo, sono disposto a pagare quanto mi chiederete».

«Quando mi ha chiesto un appuntamento ho esaminato la sua cartella – così dicendo il tecnico alzò la mano destra in un gesto quasi da prestigiatore e un documento sfogliabile comparve alle sue spalle, galleggiante nell’aria – e purtroppo devo dirle che, in effetti, non è questione di prezzo: non si può proprio fare. Ma lei lo dovrebbe già sapere», aggiunse puntando verso Filippo un dito accusatorio.

«D’accordo, d’accordo, – rispose Filippo agitando una mano come a scacciare dei fastidiosi insetti – questo è ciò che dovete dire per scoraggiare il cliente, immagino che non sia una cosa semplice, ma…».

«Non si tratta di questo: è praticamente una certezza che, rimuovendo il suo impianto, lei rimarrebbe gravemente menomato. Sempre che, naturalmente, l’esito non sia fatale».

«Ma questo è gravissimo, è inaccettabile, intenterò un’azione legale…» Il tono della voce di Filippo era salito e il suo volto cominciava ad arrossarsi.

«Si calmi, non serve a nulla agitarsi, – lo interruppe il tecnico con voce ferma e per nulla alterata – lei sa benissimo come stanno le cose. Dalla sua cartella risulta che lei non solo ha firmato un documento con il quale accettava tutti i rischi e le controindicazioni dell’impianto, tra cui anche l’impossibilità di rimozione, ma ha anche avuto un colloquio preliminare con un nostro psicologo che ci ha confermato che lei, questi rischi e queste controindicazioni, li aveva perfettamente compresi e valutati. Non le abbiamo nascosto nulla, anzi: siamo andati ben oltre quelli che sarebbero stati per legge i nostri doveri. Se vorrà adire le vie legali, noi avremo la meglio senza difficoltà».

Aveva ragione. Filippo ricordava bene il colloquio con lo psicologo, durante il quale avevano discusso anche del fatto che questo impianto sarebbe stato per sempre. Quel colloquio l’aveva infastidito; si era sentito trattato con superiorità, come un bambino capriccioso da parte di un adulto saggio. All’epoca gli era sembrato che non avrebbe mai potuto desiderare qualcosa di meglio di quella straordinaria facoltà che gli veniva conferita; adesso cominciava a vedere le cose da un’altra prospettiva.

«E non pensi nemmeno di rivolgersi a qualche nostro concorrente, – riprese il tecnico – glielo dico per il suo bene. Il mercato è deregolamentato e potrà probabilmente trovare qualche piccola società spregiudicata che si dirà disponibile alla rimozione, da farsi, ovviamente, dopo averle fatto firmare uno scarico totale di responsabilità. Il risultato non potrà essere che quello che le ho prospettato, anzi peggio perché i dettagli del nostro impianto sono ovviamente segreti e, senza conoscerli, il disastro sarebbe totale».

Il lungo e imbarazzante silenzio che seguì fu interrotto nuovamente dal tecnico, con un tono più conciliante: «C’è qualcosa che non va nel suo impianto? Non abbiamo ricevuto nessuna richiesta di manutenzione».

«No, non c’è nulla che non va – rispose sinceramente Filippo – se non che non regge il confronto con i nuovi modelli».

«Immagino che si riferisca alla serie 1060. Beh, la tecnologia migliora, è naturale, ma in fin dei conti non c’è poi tutta quella differenza: i risultati ottenuti in concerto, in pratica, sono equiparabili a quelli del suo impianto».

«Ma benedetto uomo – rispose Filippo con voce leggermente incrinata, come se stesse per mettersi a piangere – come fa a sostenere una cosa del genere? La serie 1060 non funziona come un registratore, non ha bisogno che vengano iniettati dei nuovi contenuti ogni volta che si vuole ampliare il repertorio: fornisce una vera e propria abilità di esecuzione musicale, per cui se voglio suonare un brano nuovo non ho che da leggere lo spartito!»

«Prima di tutto lei sta compiendo un torto nei confronti del suo ottimo modello 610 paragonandolo ad un banale registratore. Un registratore è una macchina, ripete il suo contenuto sempre uguale. Il suo impianto non è solo una macchina, è un ibrido, è parte di lei, ha il meglio della macchina e il meglio dell’uomo. Ma lei queste cose dovrebbe saperle. Le sue esecuzioni dello stesso brano non sono mai uguali; pur nell’ambito dello stile prescelto (e qui a Filippo venne voglia di rispondere: sì, prescelto, ma da voi! Ma si trattenne, e lo lasciò continuare) ci sono sempre delle sottili differenze legate al suo umore, al suo sentire del momento, esattamente come se a suonare fosse l’esecutore che ha fatto da modello».

«E poi – aggiunse il tecnico dopo un breve indugio, come se avesse valutato l’opportunità di parlare – neanche la serie 1060 resterà lo stato dell’arte a lungo. La prego di tenere riservata l’informazione che le sto dando: DNC sta già lavorando alla serie successiva, la 3000, che non fornirà solo l’abilità di esecuzione, ma anche di composizione. Se anche, per assurdo, riuscissimo ad aggiornare il suo impianto alla 1060, entro un paio d’anni sono convinto che ci troveremmo di nuovo qui a parlare di obsolescenza».

L’annuncio colpì Filippo come una martellata: non aveva mai neanche immaginato una simile possibilità. Suo malgrado, il suo volto si atteggiò ad un’espressione di stupore, occhi spalancati e bocca socchiusa; ma il tecnico aveva seguito con molto profitto i corsi di interfacciamento con il cliente e di recitazione e riuscì a trattenere benissimo il sorriso che stava per spuntargli.

Ancora una volta, il tecnico aveva ragione. Quando fosse stata disponibile quella nuova meraviglia, Filippo l’avrebbe sicuramente voluta. Restò in silenzio, cercando di capire come muoversi, che cosa dire, ma fu ancora una volta il tecnico a prendere la parola dopo breve.

«Sa che cosa le consiglio, se proprio non se la sente di restare con il suo 610? Non lo si può rimuovere ma lo si può disabilitare. Non è un intervento cruento e non è particolarmente rischioso. Lei dovrebbe restare in coma farmacologico per un paio di giorni dopo che avremo spento l’impianto; al risveglio non potrà più eseguire il suo repertorio ma le sue doti musicali innate saranno lì, intatte e anzi probabilmente potenziate dalla consuetudine e dall’esercizio che lei ha fatto in questi cinque anni. Potrà studiare e acquisire, con pazienza, le stesse capacità in maniera naturale, come si faceva una volta».

***

Filippo, dimesso dalla clinica da pochi giorni, era seduto al pianoforte. Il paper display sopra la tastiera mostrava due pagine del Gradus ad Parnassum (aveva provato a proiettarle nell’impianto intraoculare, ma trovava fastidioso vederle sovrapposte alla tastiera). I suoi occhi andavano continuamente dallo spartito alle mani e dalle mani allo spartito, e spesso gli capitava di perdere il segno. No, decisamente il Gradus ad Parnassum era troppo difficile per cominciare. Doveva proprio cercare in rete qualcosa di più adatto.

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