Mostri

Nello stato di torpore in cui era, la cosa che lo infastidiva di più non era il lieve mal di testa ma il prurito al viso. Cercando di toccarsi si rese conto con stupore che sia le mani che la testa erano coperte da bende. Non ricordava nulla che potesse spiegare questa situazione ma si sentiva stranamente calmo, non provava l’angoscia o la paura e nemmeno la preoccupazione che gli sembrava sarebbero state naturali; solo una gran confusione. Aprì gli occhi e vide un soffitto di un colore indefinibile nella penombra, forse un azzurro tenue. Riuscì a fatica a girare lo sguardo, parzialmente impedito dalle bende: vide una flebo appesa, macchine da ospedale; una donna in camice bianco, seduta di fianco a lui, gli sorrise.

Tentò diverse volte di parlare senza riuscire ad articolare le parole a causa di qualcosa che si sentiva in gola. Si schiarì la voce più volte; finalmente ce la fece.

«Che cosa è successo?» La voce roca che gli era uscita non gli sembrava sua.

«Ha avuto un intervento importante, ma adesso il peggio è passato. Tra pochi giorni potrà alzarsi. Per il momento deve riposare e stare tranquillo».

Moltissime domande gli si affollavano in testa ma non fece in tempo a formularle. Ripiombò nel sonno.

Al risveglio successivo era solo e gli sembrava di essere meno intontito. Ne approfittò per pensare. Cercò di ricordare come poteva essere finito lì, ma si trovò di fronte a un buio totale. Che cosa stava facendo prima? Niente, non ricordava. Ma riusciva a ricordare una cosa, una qualsiasi? Gli venne in mente un episodio scolastico, alle superiori, mentre stava preparando la maturità. Si aggrappò a quell’episodio cercando di usarlo come una leva per scalzarne altri dal buio e in effetti riuscì a recuperare molti ricordi del periodo universitario, alla facoltà di geologia. Più avanti, i ricordi si diradavano. Aveva molte immagini nette del suo lavoro – sapeva di essere un impiegato, un burocrate in un ufficio statale – ma, ad esempio, nulla della sua casa.

Si sforzò di ricordare l’indirizzo; gli vennero in mente alcune vie di Roma ma qualcosa dentro di lui gli diceva che non abitava in nessuna di quelle. Cercò di pensare a un portone, a una scala, a un citofono. Improvvisamente si rese conto con orrore che non ricordava neanche il proprio nome. In quel momento entrò nella stanza un uomo, col camice bianco e il sorriso sulle labbra.

«Che cosa mi è successo? Chi sono? Non ricordo neanche il mio nome. Per carità, che cosa mi è successo?»

«Non si preoccupi, è del tutto normale. Lei ha avuto un intervento di ristrutturazione cerebrale».

Ristrutturazione cerebrale. Queste parole gli dicevano qualcosa. Aveva letto qualcosa al proposito, e abbastanza di recente, gli sembrava.

«Ma perché?»

«Lei aveva tenuto dei comportamenti molto gravi ed era stato condannato a morte. Le è stato proposto di sottoporsi ad una ristrutturazione cerebrale per evitare l’esecuzione, e ha accettato. Adesso lei è una persona completamente nuova, diversa. In regola con la giustizia e in pace con se stesso».

Questa rivelazione lo colpì come un fulmine. Adesso ricordava meglio: la ristrutturazione cerebrale era una tecnica nuova, non ancora sperimentata su esseri umani, di cui aveva letto sulla pagina scientifica di un quotidiano. C’era stato un dibattito: qualcuno sosteneva che sarebbe stato immorale provarla, su chiunque; altri invece dicevano che sarebbe stato accettabile su un criminale condannato a morte, offrendogli in cambio l’estinzione della pena. Evidentemente questa seconda scuola di pensiero aveva avuto la meglio. Ed era toccato a lui.

«Che cosa avevo fatto?»

«Deve prendere l’abitudine di parlare della sua vita precedente in terza persona. Chi aveva fatto quelle cose non è più lei, ormai. È una persona che non esiste più, proprio come se fosse stata giustiziata».

«Sì, ma che cosa aveva fatto quella persona? Lo voglio sapere».

«Glielo diremo se vuole, ma non abbia fretta. È ancora debole. Oltre alla ristrutturazione ha avuto anche una plastica facciale e le sono state cambiate le impronte digitali. Deve riposare, parlare poco, pensare poco. Per adesso credo che di novità ne abbia sentite a sufficienza. A domani».

L’uomo sparì rapidamente. Lui, nonostante il consiglio, riprese a elucubrare, a sforzarsi di ricordare, ma dopo poco il sonno lo vinse.

Lo risvegliò la luce sanguigna del sole che gli filtrava attraverso le palpebre. Accanto a lui c’era nuovamente la donna della prima volta, gli sembrava, ma non era sicurissimo che fosse proprio lei. Comunque sorrideva.

«Va meglio, ora, vero? Si sente più lucido? Abbiamo tolto quasi del tutto i sedativi. Oggi farà i primi passi».

«Bene, grazie, ma la cosa che mi interessa di più, adesso, è capire meglio la situazione. Che cosa ho fatto, anzi, che cosa ha fatto la persona che ero prima, per dover accettare tutto questo in cambio della vita. Mi sono accorto che mi mancano tantissimi ricordi: non so come mi chiamo, quanti anni ho, dove abito. Mi dica qualcosa, la prego».

«È giusto che ci siano queste zone di buio, significa che la ristrutturazione ha funzionato. Lei ha trent’anni. Per quanto riguarda il nome non si preoccupi, quello vecchio non le servirà; ne sceglieremo uno nuovo insieme. Per quanto riguarda il comportamento del suo io precedente, invece, so che non è la prima volta che pone questa domanda e del resto è naturale, ma temo che non sia ancora giunto il momento di affrontare questo argomento. Se vuole, invece di parlarle del suo passato posso provare a spiegarle perché preferiamo ancora non parlarne. Non è la stessa cosa, ma è un passo in quella direzione».

«Sentiamo».

«Abbiamo cercato di rimuovere i ricordi dei suoi atti criminosi senza danneggiare le sue facoltà e le sue competenze, in modo che una volta uscito di qui lei possa riprendere una vita normale e un lavoro; non nello stesso posto di prima, ovviamente. Abbiamo fatto di tutto per preservare tutti i suoi ricordi non collegati ai crimini, in modo da non svuotare la sua individualità più del necessario. Siamo convinti di essere riusciti nel nostro intento, ma è stato tutt’altro che semplice. Adesso, nel suo cervello non c’è più nulla che si riferisca ai crimini ma ci sono, mi passi l’espressione, tanti bordi frastagliati della memoria, attorno alle zone eliminate. È meglio aspettare che questi bordi si rimarginino prima di parlare di quel che contenevano, altrimenti si correrebbe il rischio di andare a riempire le zone vuote con dei falsi ricordi, costruiti sulla base di quello che le raccontiamo».

Meditò brevemente su questo strano concetto dei “bordi frastagliati della memoria” e gli venne un dubbio: «A quanto mi dice avete fatto un lavoro di cesello. Non è possibile che vi sia sfuggito qualcosa?»

«Non lo riteniamo possibile. La mappatura è stata completa e dettagliata. Saranno rimaste, questo sì, alcune associazioni: parole, frasi scollegate da un contesto, sensazioni che in qualche modo erano collegate indirettamente ai crimini. Se dovesse incontrarle le procurerebbero un moderato fastidio. Lei ricorda Arancia Meccanica, vero?».

Stava per domandare come potesse sapere che lui aveva visto quel vecchio film per cinefili, ma poi pensò alla mappatura cerebrale e si limitò ad annuire con la testa, sentendosi come trasparente di fronte alla persona che gli stava parlando.

«Bene, in quel film la nausea è il mezzo con cui al criminale, che conserva le sue tendenze, viene impedito di porle in atto. Nel suo caso è completamente diverso; lei non ha più tendenze criminali e quindi non c’è bisogno di un riflesso condizionato per bloccarle; la sensazione di disagio, o una lieve nausea, sono inevitabili effetti collaterali. Ma vedrà che non saranno frequenti».

«È certo che non ho più tendenze criminali?»

«Noi ne siamo certi. Lei rifuggirà da qualsiasi atto violento, spontaneamente. E in ogni caso quando verrà dimesso, e sarà libero, verrà tenuto d’occhio con discrezione dalla polizia. Questa è stata la condizione del Ministero degli Interni per acconsentire al suo trattamento».

«Può dirmi qualcosa della ristrutturazione? Come si è svolta, in concreto?»

«Io sono una psicologa, non me ne sono occupata direttamente e quindi non sono la persona più competente per risponderle; a grandi linee, lei è stato messo in coma farmacologico e in ipotermia, poi le è stato iniettato nella carotide qualche centinaio di miliardi di nanorobot, non più grandi di una piccola proteina, programmati per leggere le connessioni sinaptiche. Qualche ora dopo, quando avevano terminato il loro compito, i nanorobot sono stati richiamati ed estratti dal suo corpo. Hanno trasferito le informazioni acquisite ad un elaboratore che ha realizzato una mappa completa del suo cervello. In qualche ora il progetto della ristrutturazione è stato completato e i nanorobot sono stati riprogrammati e reintrodotti nella carotide per applicarlo».

«Perché coma farmacologico e ipotermia?»

«Immagino che questo tipo di intervento sia pericoloso o forse addirittura impossibile se il cervello è in funzione; un po’ come se provassimo a sostituire una memoria di massa ad un computer acceso. L’ipotermia è indispensabile perché, mentre sono al lavoro, i nanorobot sviluppano parecchio calore. Lei non solo era immerso in una vasca fredda, ma il suo sangue veniva anche raffreddato in circolazione extracorporea».

Sembrava indecisa se aggiungere qualcosa; dopo pochi secondi finì per dire: «E poi, chiaramente, l’intervento è durato un paio di giorni; se lei nel frattempo fosse rimasto sveglio, o fosse stato risvegliato a metà, ci sarebbe stato il rischio che potesse cambiare idea. Lei aveva liberamente accettato questo intervento, ma se avesse ritirato il suo consenso preferendo la pena di morte se ne sarebbe dovuto tenere conto; tutto sarebbe andato a monte. Compresi gli investimenti fatti che, mi creda, non sono stati piccoli. Diciamo che il coma farmacologico ha anche evitato questo rischio».

«Chi ha sponsorizzato l’intervento? Immagino che i soldi non vengano dal servizio sanitario».

«Beh, non proprio dal servizio sanitario, ma comunque si tratta di un’attività di ricerca a finanziamento governativo. Hanno contribuito anche alcuni privati, convinti che in futuro questa potrebbe essere la soluzione a molti problemi della nostra società».

Nei giorni successivi l’intontimento e la sonnolenza erano ormai completamente scomparsi. Fece parecchio esercizio fisico, prese confidenza con il suo nuovo volto. Seppe che la clinica in cui si trovava era nella periferia di Torino. Passò ore, quasi inebetito, a guardare dalla finestra la coltre di neve che copriva la campagna. Fu sottoposto a un numero che gli sembrò spropositato di esami medici, test psicologici e anche semplici colloqui, che però gli davano l’impressione di essere anch’essi test psicologici, appena un po’ dissimulati. La maggior parte delle sue domande continuarono a restare senza risposta o con risposte evasive e parziali. L’ultimo colloquio, con una persona mai vista prima, riguardava i suoi studi e la sua esperienza lavorativa e gli diede la sensazione di sostenere un esame. Non era lontano dal vero.

«Bene, lei ha superato il test. Le sue competenze professionali sono rimaste intatte. La ristrutturazione è stata molto precisa: non ci sono stati effetti collaterali in questo campo. Da domani lei potrà prendere servizio; le abbiamo trovato un lavoro che sa fare e che le piacerà».

«Di che cosa si tratta?»

«All’incirca la stessa cosa che faceva prima: gestione delle risorse territoriali. Le pratiche di assunzione sono già state sbrigate; si dovrà presentare, domattina alle nove, alla sede di via XXX, qui a Torino».

«Prima abitavo a Roma, vero?»

«Certo. Beh, è vero che i suoi connotati sono cambiati, ma sarebbe stato comunque troppo rischioso lasciarla nella stessa città. Le abbiamo allestito un bellissimo appartamentino in periferia, con un affitto commisurato al suo stipendio. Si ricordi che lei, adesso, è Mario Ricci». Si chinò ed estrasse una grossa busta da una cartellina. «Questi sono i suoi documenti».

«Ah… credevo che il nuovo nome dovessimo sceglierlo insieme».

«Ci scusi ma alla fine abbiamo preferito fare da soli; ci siamo resi conto che era obbligatorio scegliere un nome e un cognome neutri, molto comuni. Lei di tutto ha bisogno meno che mettersi in mostra con un nome inconsueto.».

«Qualcuno, nell’ufficio in cui lavorerò, sa chi ero io?»

«Il suo inserimento ha avuto l’approvazione delle alte sfere del Ministero, molto più in alto del suo diretto responsabile. Nel suo ufficio nessuno sa nulla. Lei risulta trasferito non da Roma, per non destare sospetti, ma dalla sua città natale, Genova, di cui conserva l’accento: è tutto molto plausibile. Nel suo ufficio non ci sono genovesi, che potrebbero farle domande sul suo vecchio posto di lavoro. Abbiamo fatto le cose per bene, studiando tutti i dettagli. Le basterà un minimo di discrezione, non lasciarsi andare a confidenze. Ma adesso basta preoccuparsi: là fuori c’è la libertà, c’è il mondo che l’attende per una nuova vita, Mario Ricci».

Gli diedero dei vestiti, neutri quanto il suo nuovo nome; lo accompagnarono nella sua nuova casa spiegandogli tutte quelle piccole cose che bisogna sapere.

Il mattino dopo si alzò molto presto e, per andare in ufficio, prese la metropolitana alla fermata che gli avevano indicato. Trovò posto accanto ad un ragazzo che aveva i capelli lunghi fino al bacino, seduto con le gambe distese fino a metà corridoio; ascoltava musica in cuffia ad alto volume. Riuscì a sentire che si trattava della Primavera di Vivaldi; lo considerò un buon auspicio. La primavera della sua nuova vita.

* * *

Ormai erano trascorsi quasi sei mesi da quando aveva iniziato a lavorare e, di recente, gli era capitato più volte di cercare di tirare le somme di questo periodo. Anche adesso, aveva gli occhi sullo schermo ma pensava ad altro: cercava di mettere ordine in questa sua nuova vita, di valutarla, di capire se quel suo io precedente avesse fatto bene ad accettare lo scambio.

Alle visite di controllo tutto era sempre risultato a posto dal punto di vista medico; gli psicologi gli domandavano del suo inserimento nell’ambiente lavorativo, e purtroppo doveva rispondere che con i colleghi non aveva legato quasi per niente. Forse per il fatto che lui era piuttosto ritroso, quasi pauroso dei contatti – giustificatamente, ma gli altri non potevano saperlo. E se invece sapessero tutto di lui? Se fosse per quello che si era instaurata quella freddezza, quella distanza? Se si fosse tradito in qualche modo? O se quello che gli avevano assicurato – che solo gli alti papaveri del Ministero erano al corrente – fosse stato semplicemente falso? O se, magari, non sapessero nulla di certo, ma sospettassero?

Mentre era tormentato da queste preoccupazioni teneva gli occhi fissi sullo schermo, ma con la coda dell’occhio si era accorto che Giuseppe lo stava fissando intensamente. Quando si voltò nella sua direzione, Giuseppe si dimostrò imbarazzato; abbassò lo sguardo sulla propria scrivania, fingendo di cercare qualcosa, e dopo poco se ne andò, lasciandolo perplesso.

Gli si avvicinò Lorenzo, uno dei pochi con cui era riuscito a stabilire un rapporto di amicizia, sia pure superficiale, e gli rivolse la parola, facendolo sobbalzare.

«Mario, ricordi vero che questa sera abbiamo la cena dell’ufficio? Ci sarai?»

«Certamente, come al solito».

Rimasto solo, si ritrovò a chiedersi che cosa potesse guardare Giuseppe con tanta intensità. Sulla scrivania non c’era nulla di particolare. Controllò i propri vestiti, ma non trovò macchie.

Quel giorno il caldo cominciava a farsi sentire e aveva indossato, per la prima volta, una camicia a maniche corte. Che si fosse sporcato le braccia appoggiandosi da qualche parte? No, le braccia erano pulite; però sulla parte inferiore, dal gomito fino a metà avambraccio sinistro, c’era un segno lungo e sottile, appena visibile, che poteva forse essere il residuo di una cicatrice, anche se non ne aveva nessun ricordo. Improvvisamente provò un lieve senso di nausea: evidentemente aveva fatto male, in mensa, a scegliere la frittura.

Al ristorante riuscì a sedersi vicino a Tania: non ci aveva sperato. Tania gli piaceva; aveva tentato qualche approccio con lei (gli sembrava di avere qualche possibilità) ma al momento buono lei si ritraeva. Con gentilezza, avendo cura di non ferirlo, ma anche con fermezza. E, alla fine, lui aveva smesso di provarci sul serio; si permetteva solo, ogni tanto, qualche battuta galante che lei accoglieva con un sorriso freddino, di tolleranza ma non di condiscendenza. Ecco perché fu piacevolmente sorpreso quando, accennando a sedersi nel posto libero vicino a lei, non si sentì dire, come temeva, “no, aspetta, deve venire Laura” o, peggio, “Riccardo”.

La serata trascorse come da copione: battute, risate, malignità sul capufficio che, pur invitato, non partecipava mai. Si tenne leggero, memore di quell’accenno di nausea, e non bevve quasi per niente, mentre Tania sembrava voler esagerare; tant’è che, dopo averle educatamente versato del vino un paio di volte, smise di farlo, temendo che potesse stare male.

Ciononostante a fine serata Tania aveva gli occhi lucidi, rideva per un nonnulla e, quando fu il momento di alzarsi dal tavolo, barcollava. Mario le chiese se era venuta in auto o si era fatta accompagnare da qualcuno; per tutta risposta, Tania tirò fuori dalla borsa le chiavi e, con un sorriso ebete, gliele fece dondolare sotto il naso.

«Non puoi guidare in questo stato, lascia qui l’auto, domani è sabato e la riprenderai con calma. Ti accompagno io», disse con il tono più autorevole che gli riuscì. Temeva che Tania avrebbe rifiutato per evitare un suo possibile approccio ma lui non aveva di queste intenzioni: credeva veramente che sarebbe stato un grave pericolo se si fosse messa al volante. Con sua grande sorpresa Tania accettò subito, lasciando ricadere le chiavi nella borsa e biascicando qualcosa in cui lui riconobbe le parole «mio cavaliere». Si accorse che Riccardo, in piedi dall’altra parte del tavolo, guardava la scena con una strana espressione che non riuscì interpretare. Gli sembrò addirittura di disgusto.

Durante il tragitto Tania si addormentò e la sua testa scivolò sulla spalla di Mario. I lunghi capelli biondi gli scendevano sul petto e il suo profumo, misto a un vago sentore di vino, gli riempì le narici. Ebbe un’erezione e si rese conto che non è solo l’alcol a rendere la guida pericolosa. Si impose di concentrarsi sulla strada e sul navigatore; presto furono a destinazione e questo tormento ebbe fine.

Riuscì a farsi dire a che piano abitava e la accompagnò fino alla porta, cingendola alla vita per sorreggerla ma con riluttanza, come se sentisse di stare approfittando della situazione. Il braccio sinistro di lei gli passava sul collo e la testa le ciondolava, ma non sentiva il suo peso gravare su di lui.

Attese con pazienza che lei, con la mano libera, frugasse nella borsa alla ricerca della chiave. Quando la porta fu aperta, Tania non fece nessuno sforzo per cercare di reggersi sulle sue gambe. Alla fine lui si decise, la accompagnò dentro e richiuse la porta dall’interno.

Tornò a casa che albeggiava. Provò a stendersi sul letto per riposare ma capì subito che non c’era da sperarlo. La nottata di sesso l’aveva lasciato in uno stato di eccitazione che non sembrava volersi attenuare. Dopotutto questa era la prima volta, nella sua nuova vita.

Rifletté sui misteri della sorte: dopo aver corteggiato a lungo Tania senza successo era ormai sicuro che non ci sarebbe mai stato nulla tra loro. Ma certamente doveva ringraziare il vino per questo episodio insperato, e per questo si sentiva in colpa. Lunedì, senza dubbio, Tania si sarebbe tenuta a distanza da lui, facendo finta di niente, e tutto sarebbe finito così, una parentesi da dimenticare per lei, da conservare gelosamente nella memoria come il primo bel ricordo della sua nuova vita per lui.

Invece nel pomeriggio Tania gli telefonò. Sembrava che non avesse postumi della sbronza; la voce era chiara, per nulla impastata. Per un attimo Mario temette di venire insultato, di sentirsi accusare di aver approfittato di lei.

«Mario, mi accompagneresti a riprendere la mia auto? Dev’essere da qualche parte vicino al ristorante ma non ricordo dove, mi dovrai aiutare a cercarla».

Non fu difficile trovarla. Mario si stupì della propria faccia tosta quando si sentì proporre a Tania di scortarla fino a casa, cosa evidentemente del tutto inutile, poi si irrigidì in attesa dell’ovvio rifiuto.

«Ci vediamo là; ricordi la strada?»

Questa volta non era ubriaca; si stava verificando l’impossibile. Il fatto che si stesse profilando una nuova nottata di sesso (o forse era ormai il caso di dire amore?) con una Tania pienamente consapevole portò Mario al culmine dell’eccitazione. Anche se un pensiero sgradevole si affacciò a disturbarlo: se questa relazione si fosse confermata una cosa seria, prima o poi lui avrebbe dovuto parlarle del proprio passato.

Lunedì, in ufficio, Mario aveva la testa tra le nuvole, un sorriso stampato sul viso e nessuna voglia di lavorare. Cercò di darsi un’aria indaffarata sfogliando i documenti che aveva sul tavolo. Prese in mano un rapporto dell’Autorità di bacino del Po e si accorse che sotto c’era un ritaglio di giornale.

FERITO IL MOSTRO DELLA FERROVIA”

Roma, 2 Dicembre 2030”

Questa, forse, è la volta buona. La Polizia ha rivelato che l’omicidio di XXX XXX, per come è stato consumato, è quasi certamente da attribuirsi al cosiddetto Mostro della Ferrovia; sarebbe il decimo di questa lunga scia di morte. Ma, questa volta, qualcosa è andato storto per il mostro: la vittima ha lottato più di quanto si aspettasse ed è riuscita a ferirlo con un coltello, probabilmente ad un braccio. La Polizia dispone ora di materiale ematico più che sufficiente per l’estrazione del DNA. Gli esperti della Scientifica stanno consultando le banche dati…” Si sentì venir meno e non riuscì a leggere oltre.

Una voce lo chiamava; aprì gli occhi e vide Tania, in lacrime, china su di lui. Raccolse tutte le forze, riuscì a mettersi in piedi e corse verso il gabinetto, perché sentiva di non riuscire a trattenere il vomito.

Più tardi, camminando per la strada a capo chino, le cose cominciavano a chiarirglisi. Tania si era offerta di riaccompagnarlo a casa ma lui aveva rifiutato, sentiva l’assoluta necessità di stare solo.

Tania non era innamorata di lui ma di quell’altro. Era, evidentemente, una di quelle donne con la manìa della redenzione, morbosamente attratte dai criminali. Solo che lui non aveva bisogno di essere redento. Lui non era quello che Tania amava.

Nel suo peregrinare sconsolato arrivò davanti a una chiesa e, dopo un attimo di indecisione, entrò. C’era un confessionale con la lucina accesa; si inginocchiò.

«Da quanto tempo non ti confessi?» Dalla voce, il prete doveva essere molto anziano.

«Non credo di essermi mai confessato in vita mia. Senta, padre, non so neanch’io perché sono qui. Non sono credente. Vuole ascoltarmi lo stesso? Il mondo mi sta crollando addosso, ho bisogno di parlare, di confidarmi con qualcuno».

«Dimmi, figliolo».

«Io sono il Mostro della Ferrovia. Ha letto qualcosa sui giornali?»

«Sì figliolo, ma il Mostro della Ferrovia è morto nel tentativo di sfuggire alla cattura, non puoi essere tu».

«No padre, le cose non sono andate così. Mi deve credere. Sono stato catturato vivo e mi hanno sottoposto ad una ristrutturazione cerebrale. Mi hanno anche fatto una plastica facciale. Non ricordo nulla di quello che ho fatto prima, fino a poco fa sapevo solo di essere stato un criminale, ma adesso ho scoperto chi ero».

«Se è come dici, perché i giornali hanno diffuso una notizia falsa?»

«Evidentemente questa operazione doveva restare segreta. Ma qualcuno l’ha capito, sono stato scoperto».

«Se sei il Mostro della Ferrovia, devi consegnarti alla Polizia».

«Ma non capisce, Padre? Non sono un criminale in fuga; la Polizia sa tutto di me. Sono stato sottoposto ad una ristrutturazione cerebrale. Io ero il Mostro della Ferrovia, ma non lo sono più. Non ricordo nulla di quello che ho fatto. Non provo più nessun impulso violento. Solo angoscia».

«Non so che cosa sia questa ristrutturazione cerebrale di cui parli, ma solo la Confessione può rimettere i peccati. Se tu sei davvero il Mostro della Ferrovia devi convertirti, pentirti ed espiare le tue colpe».

Si alzò ed uscì dalla chiesa. Cominciava ad imbrunire. Era vestito leggero e un alito di vento lo fece rabbrividire.

Camminò ancora, lentamente, fino ad arrivare a un ponte. Si sentì mettere una mano su una spalla; si voltò e ricevette un pugno in pieno viso.

Cadde a terra sanguinante. Erano in tre, gli furono addosso; infierirono con calci e bastonate.

«Ti sei divertito, eh, bastardo, con quelle povere ragazze? Beh, adesso tocca a noi».

Con l’occhio destro, che si era salvato dalle botte, vide in lontananza due poliziotti che osservavano la scena. Eh già, ricordava: la Polizia lo doveva sorvegliare discretamente. Gli sembrò di cogliere un sorriso sulle loro labbra; poi svenne.

I poliziotti, adesso, lo stavano sorreggendo.

«Come si sente?»

Non riuscì a rispondere, gli mancava il fiato. Doveva avere parecchie costole rotte. Dolore alla pancia, alla schiena, al basso ventre. Passandosi la lingua sui denti sentì che ne mancavano molti. Il sapore dolciastro del sangue, stranamente, lo preoccupò più di tutto il resto. Si pulì la bocca sull’avambraccio.

«Vedrà che non è niente. Ce la fa a reggersi in piedi?»

Accennò di sì con la testa e si appoggiò al parapetto. Capì, senza ombra di dubbio, che il suo io precedente aveva commesso un ultimo errore accettando quello scambio. Avrebbe dovuto affrontare la pena di morte che meritava. Non c’era più posto per lui in questo mondo. Nessuna nuova vita. Ma la soluzione era lì, di fronte a lui.

I poliziotti, adesso, si erano allontanati di qualche metro; gli davano la schiena e uno dei due stava parlando al cellulare.

Non aveva forze per scavalcare il parapetto ma cercò di sporgersi: il suo peso avrebbe fatto il resto. Quando stava per precipitare, si accorse con orrore che non poteva farlo. Si ritrasse in sicurezza. Era stato privato di ogni impulso violento: evidentemente anche della violenza verso se stesso.

La sirena di un’ambulanza riuscì a superare il ronzìo che aveva nelle orecchie. Si stava avvicinando. L’avrebbero rimesso in sesto, gli avrebbero trovato un nuovo lavoro, in un’altra città. Gli avrebbero offerto un’altra nuova vita.

Nella luce del crepuscolo vide una figura che si dibatteva nell’acqua, andava sotto e poi tornava a galla. Era a poca distanza, ma non si sentivano urla; la sirena, ormai vicinissima, le doveva coprire. Riuscì a sporgersi abbastanza per cadere giù.

Le braccia gli facevano male ma riuscì a raggiungere l’uomo che annaspava. Lo prese per la testa e lo tirò verso riva. Poi, finalmente, la vista dell’occhio destro gli si annebbiò e il sapore del fango coprì quello del sangue.

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6 risposte a Mostri

  1. bistrotapigalle ha detto:

    L’ho letto e senza dubbio è ben strutturato e sviluppato nella storia. Un racconto proiettato nel futuro secondo uno schema logico plausibile e con un messaggio occulto che appare chiaramente. Mario sarà un’altra persona ma rimane fondamentalmente uguale a se stesso. Curioso e normale. anche se è un criminale. Il passato lo insegue senza che lui possa metterci una barriera.

    • vpindarico ha detto:

      Ti ringrazio dell’apprezzamento e sì, hai visto bene, un tema centrale è proprio l’identità e la sua persistenza.
      La nave di Teseo, secondo Plutarco, venne conservata a lungo, cambiandone le parti che via via si deterioravano, finché non ci fu più neanche un pezzo della nave originale, anche se la forma era rimasta la stessa: era la stessa nave o no?
      Questo racconto è complementare: non viene cambiato neanche un pezzo del protagonista, ma vengono cambiate le connessioni del suo cervello (quindi la forma e non la sostanza); resta la stessa persona o no? Restano la responsabilità e la colpa?
      Io credo di no, ma c’è anche una dimensione sociale della persona che forse è ancora più difficile da cambiare di quella psichica. Lui non è più un mostro; ma gli altri mostri, e cioé le persone normali che lo circondano, non gliela danno per buona.

  2. newwhitebear ha detto:

    O.T. Scrivo per la tua presenza su Caffè Letterario. Il mese di gennaio 2013 sarebbe pieno ma se ti fa piacere scrivere qualcosa, posso cederti la mia giornata, il 2 gennaio, oppure quella di Alessandra, 30 gennaio. Lo facciamo volentieri, anche perché siamo i due che in qualche modo gestiscono il blog. Saltare un turno non ci costa nessuna fatica.
    Fammi sapere qualcosa.

  3. vpindarico ha detto:

    D’accordo per febbraio, terrò d’occhio il calendario del Caffè Letterario.
    Qualsiasi modo di comunicare va bene.

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