Oggetto

Michela aveva la mano sulla maniglia ma non riusciva a decidersi a entrare.

Dentro c’era lui, la stava aspettando. Un incontro a cui aveva pensato per lungo tempo, che aveva organizzato nei dettagli, e finalmente si stava realizzando. Ormai sarebbe stato sciocco cambiare idea, rinunciare, eppure aveva un po’ di paura. Niente di strano, in fondo: era la prima volta.

Nello stato d’animo in cui, dopo essere stati a lungo indecisi con i piedi sul bagnasciuga, ci si fa coraggio e ci si tuffa in un mare freddino, finalmente entrò e richiuse la porta dietro di sé.

Quando lui, invisibile nel buio, la prese per un braccio per attirarla a sé, ebbe un piccolo sussulto. Sentì l’odore della sua pelle, non mascherato da nessun profumo eppure lieve e non sgradevole. Sentì sul viso il ruvido del suo petto villoso. Sentì il suo sesso che premeva contro di lei. Man mano che gli occhi si abituavano, i pochi raggi di luce che riuscivano a penetrare dai bordi della tapparella disegnavano i contorni del suo corpo atletico, il rilievo scultoreo dei suoi muscoli.

Lui cominciò a baciarla sul collo ed a spogliarla. Quando fu completamente nuda, le prese con delicatezza i polsi, glieli unì dietro alla schiena e li legò, non troppo stretti. Michela lo lasciò fare. Poi lui le prese la testa tra le mani, le avvicinò la bocca all’orecchio e, con voce profonda, calda, calma, le sussurrò: «Lasciati andare. Devi essere come creta nelle mie mani. Dimenticati di te stessa. Adesso sei un oggetto. Un mio oggetto».

Michela cedette, si lasciò andare, si dimenticò di se stessa.

* * *

Alzò la tapparella e la luce le fece strizzare gli occhi per un attimo. Uscì dalla stanza da letto, andò in corridoio ed aprì la porta dello sgabuzzino. Lui era già lì al suo posto, rivestito della sua tuta, in piedi con le spalle al muro. Si era già collegato alla macchina per la circolazione extracorporea, che lo avrebbe nutrito e gli avrebbe depurato il sangue durante lo standby.

Notò che aveva gli occhi aperti. Dei bellissimi occhi di un azzurro intenso ma, in quel contesto, le facevano uno strano effetto, risultavano disturbanti. Gli passò una mano davanti al viso senza suscitare, ovviamente, nessuna reazione.

Sul terminale tascabile aprì l’icona dell’interfaccia di programmazione. Nonostante il corso per utenti che aveva seguito, le sembrava complicata. Alla fine trovò la pagina “condizione di standby”, con tantissime opzioni; ce n’era anche una relativa alle palpebre. Selezionò “palpebre giù” e gli occhi si chiusero immediatamente. Michela sorrise tra sé per la soddisfazione di aver trovato l’opzione che cercava.

Il synth le era costato caro – più di sei mesi di stipendio – ma cominciava a credere che valesse quei soldi. La prima sessione era andata benissimo: aveva provato i brividi del proibito, dell’estremo, senza in realtà correre nessun rischio. Ora si sentiva tonificata, di buon umore, e – questo la stupiva un po’ – senza neanche l’ombra di quel lieve ma fastidioso senso di colpa che le aveva sempre aleggiato intorno dopo il sesso. Se proprio doveva cercare il pelo nell’uovo, forse avrebbe gradito un trattamento appena un po’ più rude; ma, d’altra parte, per la prima volta era stato saggio da parte sua programmarlo con una certa cautela.

Quando, al corso, aveva avanzato qualche dubbio sulla sicurezza, l’istruttore si era messo a ridere: «Non siamo gli ultimi arrivati. Genomat è una multinazionale con cinquantamila dipendenti e oltre dieci milioni di synth installati, nelle case, nelle fabbriche, nelle aziende agricole, sui fronti di guerra. Non è stato mai segnalato neanche un solo caso in cui uno dei nostri synth danneggiasse, intenzionalmente o accidentalmente, i suoi padroni. No, signora mia, mi creda: lei è senz’alcun dubbio più sicura affidandosi ai nostri synth che a qualsiasi essere umano. Un umano può tradire, può impazzire, mentre il vincolo di lealtà di un synth non può essere spezzato da nulla al mondo».

Ed erano bei vantaggi, pensò Michela, anche non dover cucinare tenendo conto dei suoi gusti, non dover sopportare paragoni con una suocera che sicuramente avrebbe fatto meglio qualsiasi cosa, non dover prendere nessuna precauzione né per gravidanze indesiderate né per malattie a trasmissione sessuale, e perché no, sembrano cose di poco conto ma non lo sono, non doversi contendere l’uso del bagno al mattino e non dover pulire la seduta della tazza dalle gocce di pipì.

Più avanti, quando le sue finanze glie l’avessero consentito, avrebbe acquistato il plug-in “lavori pesanti”. Era da tanto che aveva intenzione di cambiare la disposizione dei mobili e le sarebbe piaciuto fare diverse prove, con calma, fino a trovare la soluzione migliore, senza doversi preoccupare delle lamentele di chi l’avrebbe aiutata.

Per la prossima sessione – già la sera stessa, quasi quasi, se fosse riuscita a districarsi con l’interfaccia – stava pensando a qualcosa di romantico, tipo una cena a lume di candela. Trovò nell’interfaccia un frame “Cena romantica” e si mise ad esaminarne le opzioni. Ecco, dei fiori ad esempio si poteva fare a meno. Non le erano mai piaciuti i fiori recisi, e poi era una spesa superflua e lei doveva mettersi nell’ordine di idee di risparmiare.

C’era un’intera pagina sugli argomenti di conversazione, la scelta era molto ampia. Uhm, di sicuro non “scienza”, ovviamente. Neanche “sport”, uffa. E nemmeno “letteratura”, che noia. Beh, avrebbe scelto dopo; per ora si sarebbe accontentata di portare il cursore “frasi tenere” a metà corsa.

Aprì una preoccupante icona di alert, rossa con il punto esclamativo nero:

Il Vostro synth può ingerire cibo e bevande, anche alcoliche, ma non sarà in grado di digerirli perché questo modello non è dotato di un apparato digerente completo. A seguito di un pasto è quindi indispensabile, prima di uno standby prolungato, provocare emesi scegliendo l’apposita opzione. Non farlo può causare al synth danni anche gravi e permanenti, non coperti da garanzia.

Con un doppio battito delle palpebre cliccò sulla parola emesi per cercarne il significato… Che schifo. Beh, meglio così, tutto sommato. L’avrebbe fatto solo spiluzzicare un po’, risparmiando sul conto del ristorante.

Suonò il telefono: era Ettore; le propose di uscire. Michela rifiutò, dicendo che non si sentiva bene, e riprese a sfogliare l’interfaccia. Intanto stava pensando che doveva scegliere, per la cena, un locale fuori mano, dove non corresse il rischio di incontrare Ettore. Ma neanche Silvana, la sua migliore amica: quell’approfittatrice non perdeva occasione per chiederle in prestito di tutto – a proposito: c’erano due o tre paia di scarpe che non erano più tornate indietro, doveva proprio ricordare di chiedergliele. Di sicuro Silvana avrebbe messo gli occhi anche sul suo nuovo gadget. Certo, non poteva nasconderglielo per sempre; ma non aveva nessuna voglia di condividerlo subito, adesso che sapeva ancora di nuovo.

 Questo racconto è uscito originariamente sul Caffé Letterario.

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