Complottista

Il fatto di dover ricevere Rosalba, l’impiegata che gli aveva chiesto un colloquio, aveva messo Sandro Velcana di cattivo umore. Aveva raccolto qualche voce e si era fatto un’idea abbastanza precisa del motivo della richiesta. Niente di grave, ma forse stava invecchiando e questi piccoli attriti, queste inevitabili perdite di tempo cominciavano a dargli più fastidio di quel che sarebbe stato giusto. All’epoca eroica, quando www.dietroilvelo.it era ancora il suo sito quasi amatoriale, un problemino di questo genere l’avrebbe persino divertito. Poi attorno al sito era nata una vera e propria azienda: oggi aveva una trentina di dipendenti, stava facendo sul serio insomma; ma questo gli aveva fatto perdere la spensieratezza e la spavalderia delle origini. Sentiva il peso della responsabilità e sapeva che anche i sassolini più piccoli potevano far inceppare l’ingranaggio.

Quando sentì bussare disse subito «avanti». Meglio togliersi la rogna il più in fretta possibile.

Rosalba era chiaramente a disagio, con un’espressione contrita e imbarazzata, e dopo parecchi secondi non aveva ancora iniziato a parlare.

«Si sieda e mi dica che cosa vuole. Non ho molto tempo».

«Grazie».

Passarono ancora alcuni secondi prima che trovasse il coraggio di dire: «Ecco, io… non credo di essere adatta a questo lavoro».

«Dunque, il suo compito principale è gestire le inserzioni pubblicitarie. Non c’è nemmeno bisogno di andarle a cercare, gli inserzionisti fanno a pugni. Lei deve solo verificare la solvibilità dei nuovi clienti e programmare le uscite. Non mi sembra un lavoro difficile».

«Infatti non lo è. Non è per questo. È che… ecco, ha letto sul giornale, pochi giorni fa, la storia di quel vecchio professore che si era ridotto a fare il barbone ed è morto di freddo in Largo Venezia?»

«Non leggo i fatti di cronaca. Ma che c’entra?»

«L’articolo raccontava la sua vita. Si era rovinato per curare il Parkinson della moglie con un rimedio naturale, dicono. Ho capito che si tratta dell’Argilla Attivata, uno dei prodotti che pubblicizziamo. Trecento euro il pacchettino da un etto, e ne sono consigliati tre alla settimana».

«Non vedo dove vuole arrivare. Il dottor Grope è un nostro inserzionista, uno dei migliori. Le proprietà terapeutiche dell’argilla sono note fin dall’antichità, e il procedimento di attivazione di Grope – mette l’argilla in un risonatore a forma di piramide, mi sembra – è molto interessante. Non è forse giusto che se la faccia pagare? In ogni caso, però, la responsabilità resta tutta sua. Noi non ci esprimiamo da nessuna parte sull’efficacia del prodotto, ci limitiamo a pubblicare le sue inserzioni».

Rosalba scuoteva la testa. «Senta, parliamoci chiaro: quella roba viene indicata per tutte le patologie, dalle unghie incarnite al cancro, ma serve al massimo contro la flatulenza. Ed è comunque inconcepibile vendere a trecento euro un prodotto che forse vale trenta centesimi. E dire che ci limitiamo alla pubblicità mi sembra proprio nascondersi dietro a un dito».

«Insomma, le sono venuti degli scrupoli».

«Lei sa che occasionalmente mi occupo anche degli articoli. Bene, finché si tratta di scrivere sull’undici settembre, sulla finzione dello sbarco sulla Luna, sulle scie chimiche, sul complotto degli Illuminati che tramano nel buio e collaborano con i Rettiliani che hanno preso il posto dei nostri governanti, non ho nessun problema; anzi, lo trovo divertente, è come scrivere delle favole. Ma non voglio più avere a che fare con pubblicità ingannevoli. Fanno leva sulla disperazione di povera gente che già si trova in difficoltà, e la rovinano del tutto».

«Quindi lei ha valutato che si tratta di pubblicità ingannevole. Ma chi è, lei? Ha una laurea in medicina, in biologia, in chimica, in farmacia? Non mi sembra. Se ricordo bene il suo curriculum, lei ha la terza media. Però lei ha espresso una valutazione negativa, e quindi noi dovremmo adeguarci e rinunciare a queste disdicevoli pubblicità. È così?»

«Non ho detto che dovete smettere con la pubblicità. Ho detto solo che non voglio più averci a che fare io». In segno di sfida, aveva pronunciato quell’io con lo stesso tono sgradevolmente enfatico che Sandro aveva usato per i lei. «Mi sembra di fare un buon lavoro con gli articoli, potrei concentrarmi su quelli».

«Quindi a lei piace scrivere dei Rettiliani e degli Illuminati, degli Anunnaki e dell’Area 51, e noi dovremmo pagarle lo stipendio solo per fare queste cose che piacciono a lei. Ma non si rende conto che per poter pagare gli stipendi dobbiamo fatturare? Non si rende conto che Rettiliani, Illuminati e compagnia cantante sono i bocconcini che servono ad attirare clienti per i nostri inserzionisti, senza i quali il sito non potrebbe tirare avanti?»

«Sul serio Dietro il Velo conta solo sugli inserzionisti? Pensavo che dovesse esserci anche qualcos’altro».

«Solo pubblicità e qualche piccola donazione spontanea dai nostri follower più affezionati, che cos’altro vuole che ci sia? Adesso si mette anche a farci i conti in tasca?»

«Non intendevo…»

«Non importa, torniamo a bomba. Vedrò che cosa posso fare per accontentarla. Adesso però se ne vada, ho parecchie cose di cui occuparmi oltre ai suoi scrupoli». Accompagnò la frase con un gesto della mano, come a scacciare un insetto molesto.

Appena Rosalba fu uscita, Sandro chiamò Dario Pirgi sulla rete interna. Dario si fregiava del pomposo titolo di Responsabile degli Affari Generali anche se in sua assenza colleghi e dipendenti si riferivano a lui come al Capo Ufficio Cazzi Vari, dal momento che in pratica i suoi compiti consistevano nell’occuparsi dei problemi più disparati: dagli intasamenti dei gabinetti al recupero crediti, passando per le assunzioni e la gestione del personale.

«Dario, voglio disfarmi di Rosalba. Però deve essere lei a andarsene, non voglio licenziarla, non voglio rogne con il sindacato».

«Che ha fatto?»

«Lascia perdere. Abbiamo qualcosa su di lei?»

«Fammi controllare… sì, la signora Rosalba Derno ha un marito anziano e ricco e un amante giovane e squattrinato al quale telefona dall’ufficio, a nostre spese e per la delizia delle nostre orecchie».

«Hai registrato qualche conversazione?»

«Certamente. Alcune sono molto piccanti. E poi ne ricordo una in cui i piccioncini si chiedono quand’è che il marito si deciderà a tirare le cuoia».

«Chiama subito Rosalba sulla linea interna, dev’essere nel suo ufficio in questo momento. Non dire nulla ma falle sentire la parte cruciale di quella conversazione, poi metti giù. Deve sapere che esiste da qualche parte una registrazione che potrebbe, volendo, essere inviata al marito».

«Sei sicuro di voler fare una cosa del genere? Guarda che è rischioso. Hai idea di quel che potrebbe succedere se ci denunciasse per violazione della privacy

«Poi convocala e comunicale che, come da lei richiesto, è stata destinata ad altra mansione: le pulizie. Capirà che ce l’ha già nel culo e che non le conviene agitarsi troppo, ci farebbe solo godere di più». Rise sguaiatamente della sua stessa battuta volgare. «Ah, e raccomandale di pulire bene i cessi: c’è qualche porco che non sa a che cosa serve lo scopino. Chiamami quando hai fatto. Poi, lunedì, voglio una nuova impiegata per gestire le inserzioni».

Dario posò il ricevitore e rimase un attimo stupito, a pensare. Era sempre stato convinto che il porco che non conosceva l’uso dello scopino fosse proprio Sandro.

* * *

Quella sera, tornando a casa tardi, Sandro era stanco ma si sentiva soddisfatto. Aveva superato brillantemente, come sempre, tutti gli ostacoli che gli si erano parati davanti. Le dimissioni presentate da Rosalba a fine pomeriggio erano state il coronamento della lunga giornata. Tutto sommato non era poi così vecchio come si era sentito al mattino. E comunque era venerdì e nel fine settimana aveva un solo appuntamento di lavoro; si sarebbe potuto godere un meritato riposo.

Sandro abitava in un loft ricavato in un complesso industriale in via di riconversione. Anche grazie ad una sapiente campagna pubblicitaria, al momento in città non c’era niente di più chic dove vivere, in quella zona che poco tempo prima veniva considerata periferia industriale degradata.

Il loft era, in origine, il magazzino di uno spedizioniere. L’architetto aveva parzialmente mantenuto la suddivisione in stalli: è così che bisogna fare, gli aveva spiegato; non bisogna nascondere le origini dell’immobile ma valorizzarle, sfruttarle contestualizzandole a nuove funzionalità. Gli stalli, adesso, erano delineati da enormi lastre di vetro, alte più di tre metri e di lunghezze diverse, che arrivavano comunque non oltre la metà dell’ex capannone, lasciando indiviso un grande spazio all’estremità opposta. Al centro di questo spazio c’era una monumentale scultura sferica di Arnaldo Pomodoro; non era stata un’idea dell’architetto ma una sua scelta personale. Gli sembrava che simboleggiasse bene la sua attività: la superficie intaccata, crepata, lasciava intravedere complicati meccanismi interni, quello che succede dietro alle quinte, il mistero che si cela dietro all’apparenza del lucido bronzo perfetto.

In questi quattrocento metri quadri di originalità sconfinante nella follia Sandro viveva da solo; un paio di volte al mese ci portava a stupirsi qualche puttana d’alto bordo. Aveva una governante e tre persone di servizio, ma a causa dei suoi orari le vedeva raramente e solo di sfuggita, comunicando più che altro mediante bigliettini.

I primi tempi era stato veramente entusiasta di quel locale; forse, rifletté, nonostante si considerasse un marpione navigato si era lasciato intortare dall’architetto e dai suoi paroloni altisonanti. Adesso gli capitava sempre più di frequente di sentire quell’ambiente freddo e estraneo, alieno. Sì, alieno era proprio la parola giusta: gli faceva pensare ad una città di un altro pianeta, abitata da esseri misteriosi che si nascondevano tra le pareti degli stalli o forse là, nell’ombra dietro alla grande sfera.

Scosse la testa come per scrollarsi di dosso queste strane idee e si infilò nello stallo che fungeva da cucina. Con il telecomando accese un faretto nello stallo adiacente in modo che gli arrivasse, attraverso la parete di vetro opaco, solo il chiarore sufficiente a prepararsi qualcosa da mangiare; il resto del loft era debolmente illuminato dai raggi della luna, che filtravano attraverso gli ampi lucernari. Non amava la luce forte, diretta, e il buio non gli aveva mai fatto paura, neanche da bambino; anzi, ci si trovava a suo agio, gli sembrava accogliente e protettivo.

Sul tavolo c’era una piccola pila di fogli; su quello in cima riconosceva la firma della governante in calce ad un testo piuttosto lungo. Non poteva essere una lista della spesa perché era la governante stessa ad occuparsi degli approvvigionamenti, presentandogli poi gli scontrini. Probabilmente era qualche nuovo fastidio. Non ebbe voglia di leggerlo; ci avrebbe pensato il giorno dopo.

Aveva fame. Prese dal frigo un grosso taglio da fiorentina e lo martoriò indegnamente sulla piastra elettrica.

Aveva appena iniziato a mangiare quando si accorse che qualcosa si stava muovendo nello stallo di fianco. Attraverso il vetro riusciva a vedere una sagoma che si stava lentamente alzando. Divenne distinguibile il profilo di una testa molto allungata, che non aveva nulla di umano; poi comparve un braccio tozzo che si concludeva in una mano adunca, con sole tre grosse dita.

Ma allora queste creature, pensò, questi rettiliani che lui considerava fantasie malate, buone solo per attirare i gonzi sul suo sito, esistevano davvero. Sì, esistevano davvero, e lui doveva averle disturbate con gli articoli che pubblicava. Forse era arrivato, per puro caso, troppo vicino alla verità, e questi esseri avevano deciso di eliminarlo.

Sandro, però, non era pauroso, e avrebbe venduta cara la pelle. Il fatto che il suo stallo non fosse illuminato gli dava un vantaggio, pensò, perché probabilmente la creatura che stava dall’altra parte non poteva vederlo. Strinse forte nel pugno l’affilatissimo coltello di ceramica che stava usando per tagliare la bistecca e si diresse con cautela verso l’estremità della lastra di vetro.

Capì, mentre stava morendo trafitto dal suo stesso coltello, che ciò in cui aveva inciampato era la sua valigetta, che aveva lasciato sul pavimento vicino al tavolo.

* * *

Il lunedì iniziò in maniera particolarmente frenetica nella redazione di Dietro il Velo.

«Dario, mi ha appena telefonato Franco dal nostro stand in fiera. Dice che non hanno ancora ricevuto l’animatrone. La fiera apre tra un’ora, è disperato».

«Com’è possibile? Ma e quel cazzone se ne accorge solo adesso? Hai chiamato la General Robotics?».

«No, ho appena messo giù con Franco. Li chiamo subito».

«Dario, c’è la ragazza che deve prendere il posto di Rosalba, posso farla entrare?»

«Neanche per sogno, falla aspettare!»

«Buongiorno, sono Fabio Martocci di Dietro il Velo. Mi passi Lenardi, per cortesia. Subito, è urgente».

«Lenardi? Sono Martocci, buongiorno. C’è un problema. I nostri, alla Fiera della Controinformazione, non hanno ancora ricevuto l’animatrone del rettiliano. La fiera apre tra un’ora. Che cosa è successo?»

«…»

«Come sarebbe che l’avete già consegnato venerdì? A chi l’avete lasciato?»

«…»

«Non c’è nessuna donna tra il nostro personale in fiera. Ma senta, scusi, a che indirizzo l’avete portato?»

«…»

«Ma via Cruto è l’indirizzo di casa… ma chi ve l’ha detto, come è possibile…»

Dario gli fece cenno di chiudere.

«Così questi stronzi l’hanno consegnato a casa di Sandro. Ma, a proposito, Sandro dov’è? Sono le dieci, non è da lui arrivare così tardi. Adesso lo chiamo».

«Non risponde al cellulare, è strano. Presto, Fabio, salta sul furgone e va’ da Sandro a vedere che cazzo è successo, poi mi chiami. L’animatrone è lì, no? Prendilo e portalo in fiera, forse ce la facciamo».

«A quest’ora? Con il traffico?»

Dario picchiò il pugno sul tavolo. «Cazzo, Fabio, sei ancora qui? Ti ci devo mandare a calci nel culo?»

Uscendo di corsa, Fabio quasi si scontrò con la segretaria che stava entrando.

«Dario, c’è qui un signore che ti vuole parlare, dice che è urgente».

«Non adesso, Laura, siamo nei casini. Tra l’altro non mi sembra di avere appuntamenti».

«Dice di venire per conto di Eichendorff, il direttore dell’Istituto Bancario Globale».

«Ha scelto proprio un buon momento per fare uno scherzo. Digli che sono già impegnato con il Presidente degli Stati Uniti».

«Non mi ha dato l’impressione di scherzare. Secondo me faresti bene a sentire che cosa vuole».

«E va bene, fallo entrare. Cinque minuti. Se nel frattempo arriva la telefonata di Fabio, passamela e vieni subito a prendere questo tizio per accompagnarlo alla porta».

Un volto che sembrava una maschera di pietra toglieva in effetti qualsiasi dubbio sull’eventualità che il tizio avesse voglia di scherzare. Non si sedette e disse semplicemente, con autorevolezza: «Il dottor Eichendorff è in città e vuole parlarle. Oggi pomeriggio alle quindici la attende all’Excelsior».

«Non conosco personalmente Eichendorff. È sicuro che voglia parlare con me? Di che si tratta?»

Il tizio fece una smorfia, come disgustato dal fatto che venisse messa in dubbio la sua professionalità. «Glielo dirà lui di persona. Non manchi all’appuntamento». Senza il minimo cenno di saluto si diresse verso la porta.

«Aspetti! Insisto: è sicuro che Eichendorff non voglia parlare con Sandro Velcana, invece? Io mi occupo soltanto…»

«Il signor Velcana è morto».

* * *

«Dario, qui è successo un casino. Sono arrivato assieme alle domestiche, mi hanno aperto loro. Abbiamo trovato Sandro morto, in un lago di sangue, con la gola squarciata da un coltello. Chiamo la Polizia, sei d’accordo?»

* * *

Eichendorff parlava un ottimo italiano ed aveva una faccia gioviale e un po’ volgare, con un gran doppio mento. Dall’aspetto non si sarebbe detto che fosse al timone dell’economia mondiale. Accolse Dario con un sorriso rassicurante.

«Si accomodi, carissimo Pirgi, grazie per essere venuto. Posso farle portare qualcosa?»

«No, grazie…»

«Lei è stupito, ed ha ragione. Mi scuso per averla convocata qui in maniera inconsueta, ma certe volte è proprio sconsigliabile usare il telefono. Vengo subito al dunque. Sabato scorso avrei dovuto vedere il signor Velcana, ma non è venuto. Si trattava di una cosa importante, l’ho mandato a cercare. I miei uomini sono riusciti ad entrare in casa sua e l’hanno trovato morto. Mi hanno detto che, nonostante le apparenze, probabilmente si tratta di un incidente».

«Ma…»

«Mi è dispiaciuto, si era stabilita una certa amicizia tra noi, ma soprattutto c’era un buon rapporto di collaborazione, e questa collaborazione deve continuare. Velcana mi parlava di lei come di una persona in gamba ed affidabile».

«Che tipo di collaborazione…»

«Vede, signor Pirgi, il nostro lavoro per il bene dell’umanità incontra molti ostacoli. Molte persone non capiscono, non si fidano, non riconoscono il nostro ruolo positivo. Per noi è utile che la gente pensi a dei complotti, a delle cospirazioni, purché noi non compariamo nel ruolo di cospiratori: ci aiuta a lavorare in pace. Velcana era bravissimo in questo. Lei sarà il suo degno successore, ne sono convinto. Sappia che anche lei potrà contare sul nostro contributo per tenere in piedi le vostre strutture. Ah, e immagino non ci sia bisogno che glielo suggerisca: la morte di Velcana è un’ottima occasione da sfruttare, dovete insinuare che è stato ucciso perché sapeva troppo, perché dava fastidio ai poteri occulti».

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4 risposte a Complottista

  1. newwhitebear ha detto:

    Un lungo racconto (distopico?) bden articolato e sviluppato nelle sue linee essenziali che picchia duro sull’arrivismo delle persone, incapaci di pensare che possano esserci anche degli aspetti negativi nella pubblicità ma pronti solo a stritolare gli altri come se fossero delle zanzare da schiacciare.
    Veramente ottimo e gradevole da leggere nonostante la sua indubbia lunghezza che non si avverte per nulla.

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