La sfumatura mancante

La grande insegna dell’ambulatorio mostrava a ciclo continuo panorami esotici da sogno, tavole sontuosamente imbandite, scene d’amore tra persone bellissime; poi si soffermava per parecchi secondi sul logo, una testa di unicorno stilizzata, e sul motto, The missing shade of blue, colorato con una sfumatura graduale che andava dall’oltremare della T al celeste della e finale. Tra le due s di missing, però, era evidente un certo salto: la seconda era decisamente più chiara.

Massimo l’aveva vista così spesso, quell’insegna, da conoscerla a memoria. Era anche entrato per informarsi, decine di volte, fino ad esplorare i minimi dettagli dell’offerta. I prezzi, però, gli era bastato chiederli una volta sola per rendersi conto che erano troppo alti per lui. Ne aveva fantasticato all’infinito e parlato con amici e colleghi fino a diventare insopportabilmente noioso.

Adesso, finalmente, era giunto il grande momento. Dopo due anni di risparmio serrato, rinunciando a tutto il superfluo e anche a qualcosina di essenziale, poteva permettersi l’impianto.

Quando si presentò, l’addetta al ricevimento non colse il suo sguardo trionfale e si predispose a perdere l’ennesima mezz’ora dando spiegazioni ad uno squattrinato. Ma invece, questa volta, Massimo offrì la mano allo scanner per la verifica di solvibilità. Mezz’ora dopo era sotto ai ferri; due ore dopo era a casa, con il dubbio di essere stato truffato – non sentiva assolutamente nulla di diverso in sé, e nel quadratino rasato sulla nuca le sue dita non trovavano traccia della cicatrice.

Sapeva che era normale così, glielo avevano spiegato, ma il suo carattere diffidente non poteva fare a meno di dubitare. D’altra parte non poteva ancora verificare lanciandosi nel Paradiso, su questo erano stati tassativi: almeno tre giorni tra l’intervento e il primo viaggio, pena il rischio di danni cerebrali permanenti.

In quel periodo di attesa il lavoro gli risultò particolarmente difficile da sopportare. Non riusciva a concentrarsi. Il suo pensiero era fisso, più del solito, al Paradiso; la sua fantasia cercava di anticipare, sulla base di quel che ne aveva sentito raccontare, le meraviglie che di lì a poco avrebbe vissuto. Non aveva detto niente ai colleghi: si riservava di parlarne dopo, per una forma di scaramanzia.

Finalmente i tre giorni passarono. Quella sera non cenò nemmeno. Svuotò bene la vescica e l’intestino, come da istruzioni; si tolse le scarpe e si sdraiò sul letto, senza spogliarsi per non perdere tempo; attivò il collegamento e spense la luce.

Nel giro di pochi secondi cominciò a vedere forme geometriche ripetitive, come i disegni di una tappezzeria; dapprima sfocate, confuse, poi sempre più nitide, realistiche, precise, e con colori sempre più intensi, luminosi, caldi. Riusciva a distinguerne tutti i dettagli e, più si soffermava su un punto, più dettagli comparivano, come sotto un microscopio che continuasse a ingrandire, a ingrandire… sempre più velocemente… gli sembrava di cadere, di precipitare nell’infinitamente piccolo, ma non faceva paura, anzi era piacevole…

Poi, di colpo, tutto cambiò. Niente più forme geometriche, niente caduta; i suoi piedi erano ben saldi per terra. Era in un prato, una distesa verde punteggiata di rosso, di blu, di giallo. Si chinò a raccogliere un fiore ai suoi piedi, di un tipo che non aveva mai visto. Si stupì di sentire il contatto delle dita con lo stelo, la sua consistenza, l’umidità, la resistenza, il lieve rumore dello strappo: sensazioni che gli sembravano più vive, più vere di quelle che avrebbe potuto provare cogliendo un vero fiore in un vero prato. Lo portò alle narici: aveva un odore che non ricordava di aver mai sentito, intenso, gradevolissimo, che gli infondeva euforia.

Lo lasciò cadere e si guardò intorno. La distesa verde era perfettamente piatta e sembrava arrivare fino all’orizzonte. Con una lieve punta di delusione pensò che era bellissima, ma anche un po’ monotona. Sbatté le palpebre e guardò di nuovo: adesso la distesa non era più piatta, era movimentata da dolci collinette e valli appena accennate. C’erano alberi qua e là, carichi di frutti rossi. All’orizzonte si intravedeva l’azzurro del mare.

Fece qualche passo. Provò a correre. Più veloce, ancora più veloce. Contava le collinette: in pochi istanti ne aveva oltrepassate dieci. L’aria sul viso era gradevole e faceva ondeggiare i suoi lunghi capelli. Non aveva il fiatone. Non si sentiva stanco.

Si fermò e chiuse gli occhi per assaporare meglio la felicità che gli stava sgorgando nel cuore. Gli sembrava di non poterla contenere, di stare per esplodere.

Adesso era esploso davvero, diviso in una miriade di frammenti. Ogni frammento era lui per intero, e vedeva tutti gli altri frammenti galleggiare nell’aria, e lui era tutti i frammenti, come una cosa unica. Era dappertutto, fino all’orizzonte, con una meravigliosa sensazione di onnipotenza.

Poi lo desiderò e fu nuovamente un corpo solo, sospeso in alto, sopra al blu del mare. Sotto di lui, piccole onde con la cresta bianca si muovevano con regolarità. Si tuffò. L’urto con il pelo dell’acqua non fu doloroso né fastidioso. Giù, giù, nelle profondità. L’acqua era tiepida. Non gli facevano male le orecchie. Non sentiva bisogno di respirare. I suoi occhi non bruciavano e vedevano bene, senza nessuna distorsione. Sfiorò una foresta di coralli color rubino, disturbando qualche pesce variopinto che si allontanò rapidamente.

Risalì in superficie. Vide che la riva era lontana, ma la raggiunse in poche bracciate. Si sedette sulla spiaggia. In pochi istanti il sole lo asciugò.

Si guardò: era nudo. Si vide ben proporzionato, muscoloso, abbronzato. Un sesso di dimensioni ragguardevoli. Improvvisamente si rese conto di non aver ancora incontrato nessuno: un mondo meraviglioso ma, finora, completamente deserto.

Dalla sua destra si fece avanti una sagoma, entrando nel suo campo visivo. Era in bianco e nero e si stagliava sullo sfondo intensamente colorato. Una ragazza, sorridente, dai lineamenti regolari molto comuni, di altezza media, vestita con un’uniforme. Sul risvolto della giacca un distintivo con la testa di unicorno.

«Siamo lieti che stia apprezzando il Paradiso. Ma adesso vorrebbe incontrare qualcuno».

Era un’affermazione, non una domanda, ma Massimo rispose egualmente: «Sì, mi farebbe piacere». Si stupì della propria voce: profonda, calda, ferma, molto maschile.

La ragazza, continuando a sorridere, chinò lievemente il capo – un gesto di deferenza che a Massimo sembrò un po’ giapponese – e sollevò la mano destra come a prendere qualcosa dall’aria. «Mi segua, prego».

* * *

Fu circa un mese dopo, alla sua decima visita al Paradiso, che rivide la ragazza in bianco e nero. A dir la verità non sapeva se fosse proprio la stessa; ma forse non aveva neanche senso chiederselo, forse questi agenti non hanno una loro individualità. Al termine della fase di ingresso – quello che ormai dentro di sé chiamava il tuffo nel frattale – si ritrovò in una stanzetta bianca con lei. Ma aveva un appuntamento altrove! Perché questo intralcio? Subito, però, la stizza lasciò il posto alla preoccupazione: che cosa stava succedendo? C’erano dei problemi?

«Niente di grave – lo tranquillizzò sorridendo la ragazza – pochi istanti per un suggerimento. Abbiamo notato che lei, qui al Paradiso, frequenta esclusivamente una persona».

Rispose un po’ infastidito: «Sì, è vero. C’è qualcosa che non va?»

«Assolutamente nulla. Semplicemente, per noi è importante che lei sfrutti fino in fondo tutte le possibilità che le offriamo e questo suo comportamento è forse un po’ limitante».

«Io non mi sento affatto limitato. Faccio quello che mi piace».

«Certo, certo. Non prenda male questo mio discorso, la prego. Lei è liberissimo di comportarsi così. Il nostro è solo un consiglio. Vede, nella nostra esperienza di, diciamo così, gestori, ci siamo resi conto che i rapporti esclusivi finiscono spesso per diventare insoddisfacenti. Cerchiamo di prevenire questa eventualità; ci sta a cuore che lei continui ad apprezzare il Paradiso.

Cuore, pensò Massimo mentre gli spuntava un sorrisetto. Un programma per computer, o quello che è, non dovrebbe usare questa parola. È ridicolo.

L’eterno sorriso della ragazza in bianco e nero cambiò in un’espressione di lieve tristezza. «Non si lasci ingannare dal fatto che io non sono un essere umano: esprimo la conoscenza dei tanti esseri umani che hanno cura di questo luogo, parlo a loro nome».

«Ma io apprezzo il Paradiso; anzi, lo apprezzo molto di più da quando ho conosciuto Germana».

«Le credo». Sul viso bianco e nero era tornato il sorriso. «Non me ne voglia. Desideravo solo ricordarle che lei è un uomo molto attraente, non deve temere nessun rifiuto se decidesse di sperimentare altre compagnie, come è nello spirito di questo luogo. Un luogo di svago, di divertimento, di piacere; non d’amore. Comunque non la disturberò più».

Svanita la stanzetta bianca, eccolo di colpo in una grande sala che gli ricordava la reggia di Caserta. Questa volta era stata Germana a scegliere il luogo del loro incontro. Un altissimo soffitto affrescato, stucchi dorati alle pareti, un sontuoso arredamento barocco. Ed eccola. Alta, lunghe gambe ben tornite, fianchi stretti, petto generoso, lineamenti perfetti, occhi azzurri, fronte spaziosa, lunghi capelli biondi. Sorridendo, lo prese per la mano e lo tirò avidamente verso l’enorme letto a baldacchino, ma si rese subito conto della sua rigidezza.

«Massimo, c’è qualcosa che non va?»

«È capitato anche a te? L’hanno fatto anche a te il discorsetto?»

«Sì, poco fa. Sembra proprio che cerchino di separarci. Ma che ci importa?»

Lui rispose al suo abbraccio, ma poi le disse: «Io invece sono preoccupato. Lei è liberissimo di comportarsi così, ha detto, e tutto quel che vuoi, ma non vorrei che passassero dai consigli ai fatti… e se la prossima volta non riuscissimo più a trovarci, per esempio?»

L’espressione stupita e preoccupata di Germana denunciava che non le era venuta in mente questa eventualità. Massimo continuò: «Noi desideriamo incontrarci e questo avviene, perché il sistema è programmato per esaudire i nostri desideri. Ma se decidessero che non deve più succedere? Che potremmo fare? Nulla, temo. Forse andare a protestare alla sede».

«Credi davvero che possa capitare una cosa del genere?»

«Non lo so, Germana, non lo so. Forse no. Ma tu sei troppo importante per me, non voglio che ci sia neanche la più lontana possibilità di perderti».

«Come possiamo fare?»

«C’è un’idea che mi gira in testa da un po’, già da prima che ci fosse questa loro intromissione. Germana, tu dove vivi nel mondo reale? Non ne abbiamo mai parlato».

Nel Paradiso c’erano persone da tutto il mondo. I tratti somatici degli avatar non erano indicativi perché potevano essere scelti a piacere, e nella simulazione tutti si capivano anche se a ognuno sembrava di parlare la propria lingua. Germana sarebbe potuta benissimo vivere in Cina, ma scoprirono di abitare nella stessa città. Una fortuna insperata.

«Incontriamoci domani stesso. Qualsiasi cosa dovesse capitare qui, non potremo più perderci».

* * *

Dopo una lunga doccia, Massimo passò in rassegna il contenuto dell’armadio alla ricerca di un abito passabile. Avrebbe potuto tirar fuori dalla naftalina il completo grigio delle grandi occasioni, ma non gli sembrava adatto: non stava mica andando a un matrimonio o a un funerale. A parte quello, con i pantaloni aveva poca scelta: erano tutti piuttosto lisi tranne quelli di velluto marrone che gli aveva regalato la zia di recente, anche se forse erano un po’ troppo pesanti per la stagione.

Prese mentalmente l’appunto di rinnovare il guardaroba – anche sul lavoro doveva mantenere una certa dignità – ma sapeva benissimo che non l’avrebbe potuto fare presto. Il Paradiso aveva prosciugato i suoi risparmi e il suo stipendio non era granché.

Non ricordava di avere un ventre così prominente come quello che gli rimandava lo specchio sull’anta dell’armadio. Evidentemente tutto questo tempo trascorso al Paradiso, mentre il suo corpo giaceva immobile su un letto, non aveva giovato alla sua forma. In fondo a quel cassetto doveva ancora esserci la panciera che aveva portato per un breve periodo dopo la colecistectomia. Sì, eccola. Mannaggia, però, che fastidio!

Scelse una giacca sportiva, l’unica con i gomiti veramente integri, e decise di fare a meno della cravatta. Diede una bella lucidata alle scarpe e si assicurò che le calze fossero in tinta.

Adesso il problema era il bastone. Meglio presentarsi con il bastone o zoppicare un po’? Mannaggia a quel vecchio incidente che gli aveva lasciato questo strascico fastidioso. Almeno ci fosse stato il cielo coperto, avrebbe potuto prendere l’ombrello e appoggiarsi a quello con disinvoltura: ma no, il sole splendeva. Decise di non prendere niente: tutto sommato, una lieve zoppìa poteva anche essere dovuta ad una storta presa poco prima.

Si pettinò, fissando accuratamente il riporto con una dose generosa di gel.

Era in largo anticipo per l’appuntamento, ma doveva anche trovare una rosa rossa da appuntarsi all’occhiello; stava quasi per dimenticarsene.

Per l’incontro, conoscendo i gusti di Germana, aveva scelto un locale storico in centro, molto pretenzioso, che vantava una data di apertura risalente addirittura a fine ottocento e conservava ancora l’arredo belle époque. C’era stato una volta, anni prima.

Si sedette ad un tavolino e cercò di darsi un contegno.

Scrutava le donne sole che entravano. Il primo impulso era sempre quello di cercare il viso di Germana, anche se sapeva benissimo che non poteva aspettarsi che il suo avatar comparisse lì; anzi, quest’idea gli strappò un sorriso.

Che fosse questa bella bionda? No. Peccato. Non aveva degnato di uno sguardo la sua rosa rossa e si era diretta con sicurezza verso la sala interna, dove doveva essere già attesa.

Questa elegante signora di mezz’età, ancora in forma? Poco dopo essersi seduta era stata raggiunta da un uomo molto distinto. Meno male che si era trattenuto, era stato sul punto di farle un cenno.

Non sarà mica questa, pensò all’ingresso di una bruttina grassoccia e bassottella che aveva lanciato un’occhiata alla sua rosa. No, fortunatamente no: era subito uscita.

Ormai l’orario fissato per l’incontro era passato da quasi mezz’ora. Si sa che alle donne piace farsi attendere, pensò.

Entrarono ancora due uomini molto ben vestiti; si sedettero ad un tavolino appartato e cominciarono a parlare a bassa voce. Di affari, probabilmente.

Poi una zingarella che chiedeva l’elemosina. Le allungò una moneta per liberarsene – e per non sembrare spilorcio, se per caso Germana fosse entrata proprio in quel momento.

Dopo un’altra mezz’ora capì finalmente che era andata buca. Sconsolato, si alzò e se ne andò.

* * *

Affrontò il successivo viaggio nel Paradiso con un nodo alla gola. Ma Germana era lì ad attenderlo, splendida come sempre.

Nessuno dei due fece cenno al mancato incontro là fuori. Lui le chiese soltanto: «Mi vuoi ancora bene?»

«Ma certo, sciocco» rispose lei sorridendo mentre lo trascinava verso il letto.

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4 risposte a La sfumatura mancante

  1. newwhitebear ha detto:

    Un bel racconto tra utopie e belle speranze. Massimo ha capito che è meglio il virtuale che il mondo reale.
    Complimenti.

    O.T. nessun ripensamento per caffè letterario?

    • vpindarico ha detto:

      Come promesso, anche se con un ritardo non indifferente, ho scritto qualcosa per il Caffé Letterario. Lo troverai nelle bozze; il titolo è “Fumando una sigaretta”.
      Tienilo da parte se ti capiterà (a Ferragosto? Natale? Capodanno?) che ti manchi materiale. Come amministratore di bistrotapigalle, non dovrai fare altro che premere il pulsante “pubblica”.

  2. vpindarico ha detto:

    Grazie della visita e del commento.
    Per quanto riguarda il Caffé Letterario, non è che io abbia preso la solenne decisione di non contribuire più; molto semplicemente, come ti avevo raccontato, in questo periodo per me il tempo è veramente troppo poco. Ma cercherò, prossimamente, di farti avere qualcosa da tenere da parte e pubblicare la prima volta che qualche contributore regolare salta il turno.

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