Orfeo

«La storiella dei puffi poteva anche evitarla, Lanni. Durante una visita ufficiale! Non è che ci abbia fatto una bella figura… lei, e tutti noi con lei, quindi. Un ricercatore di prim’ordine, con una reputazione da difendere… tirare fuori queste sciocchezze!»

Tipico del direttore, pensò Lanni. Cazziatoni frequenti e talvolta immotivati, come adesso, ma spesso conditi con una nota positiva finale che li mitigava, che metteva in luce come l’apprezzamento restasse immutato. Ricordava di aver letto un consiglio simile in un vecchio manuale che poteva avere un titolo come “Il capo perfetto” o “Come si gestiscono le persone”; un libro di psicologia spicciola che Lanni aveva letto con divertimento ma che evidentemente Mariani, il direttore, doveva aver preso sul serio.

«Non mi sembra che il Ministro si sia scandalizzato, anzi: l’ho visto sorridere. Non si può sempre essere rigidi come un bastone; anche i più grandi scienziati hanno raccontato barzellette…»

«Può darsi, ma nel suo caso è stato rischioso. Anche se lei è sempre immerso nei suoi numeri immagino non le sarà sfuggito – che sottile ironia sapeva usare il direttore! – che si stanno tagliando i fondi alla ricerca. Dare al Ministro l’impressione che qui i soldi li spendiamo in fumetti… ma vabbe’, ormai è andata», concluse Mariani con un gesto della mano destra, come ad allontanare da sé il fastidioso argomento.

Lanni avrebbe voluto replicare che, dal fondo del suo mare di numeri, era comunque in grado di rendersi conto che le ricerche svolte dal Laboratorio di Sociologia Computazionale erano di grande interesse per il Ministro e per altri personaggi del governo. Alcune delle ultime simulazioni effettuate erano state chiaramente richieste da quell’ambiente, anche se Mariani non si era voluto sbottonare e aveva lasciato intendere invece che fossero idee partorite dalla sua testolina. Simulazioni per cercare di capire quali potevano essere le reazioni dei cittadini di uno Stato, con caratteristiche guardacaso identiche a quelle del nostro Stato, di fronte a certi provvedimenti non troppo gradevoli presi dal governo. Simulazioni che erano poi state ripetute con alcune varianti per mitigare un po’ la reazione popolare. Provvedimenti e varianti che guardacaso erano poi stati presi dal governo nella realtà, sortendo effetti molto simili a quelli previsti. No, finché le simulazioni funzionavano così bene, non c’era proprio rischio che venissero tagliati i fondi; non a questa ricerca, almeno. Crepino l’archeologia, la matematica, la fisica e persino la medicina, ma non una ricerca con risultati così immediati e utili. Molto miope, in realtà, ma da politici e direttori non si poteva pretendere che fossero anche lungimiranti. Non al di là del loro personale interesse, almeno.

Lanni avrebbe voluto replicare tutte queste cose, anche per far capire al direttore che non era il tipo di scienziato con la testa tra le nuvole che Mariani aveva insinuato, ma restò saggiamente in silenzio: dieci anni nel Laboratorio gli avevano insegnato qualcosa.

«Beh, visto che mi ci ha fatto pensare… come sta andando il progetto Piccolo Mondo? Perché sono gli agenti di quel progetto, vero, che avete soprannominato puffi?»

«Sì, proprio quelli. Il progetto è in linea con la pianificazione – rispose prudentemente Lanni che, a dire il vero, non era aggiornatissimo – cioé la fase di codifica e debug è terminata con successo e già da sei settimane è iniziata la sperimentazione a tempo pieno».

«Tra l’altro, devo confessarle che non sono ancora ben riuscito a capire la differenza tra questo suo progetto e quel videogioco che faceva furore a inizio secolo, come si chiamava?»

Non era la prima volta che il direttore aveva avanzato questo dubbio.

«Se si riferisce a The Sims, la differenza principale è che questa è un’emulazione. Non ci sono dentro regole empiriche che facciano comportare gli agenti come noi ci aspettiamo; al contrario il comportamento degli agenti, qui, nasce dall’emulazione, a livello neurale, dei loro cervelli e quindi, tra l’altro, è definito in un dettaglio enormemente maggiore. Inoltre non siamo noi a guidare gli agenti, come succede nel videogame; noi siamo solo spettatori. E ci aspettiamo di veder emergere spontaneamente dei comportamenti interpersonali e sociali che getteranno luce su comportamenti simili dell’uomo. Seguiremo l’evoluzione di questa comunità, nella prima fase della sperimentazione, almeno per due anni di tempo reale, durante i quali dovremmo riuscire a vedere succedersi un centinaio di generazioni di agenti».

«Quindi non sono previsti ritorni immediati. Quante risorse di calcolo consuma questo Piccolo Mondo?»

L’uso del verbo ‘consumare’ per le risorse di calcolo, come se queste si rovinassero per sfregamento o bruciassero con emissione di fumo, era sempre risultato fastidioso a Lanni: processori e memorie vengono impegnati dai processi, questo era il termine corretto. Ma ovviamente il direttore poteva permettersi queste improprietà di linguaggio.

«Il programma gira in massima parte sulla macchina neurale, che al momento non è allocata a nessun altro progetto» rispose Lanni, lieto di poter mostrare che il suo progetto non stava rubando il pane a nessun altro.

«Già, la macchina neurale… una bella spesa. E serve solo per i puffi?»

Lanni capì di aver commesso un errore.

«Sulla macchina neurale stiamo pianificando una serie di attività di rilievo, legate alla tematica 5 del piano europeo di finanziamenti; tutte attività che non si potevano mettere in pista senza quell’hardware».

«Stiamo pianificando, stiamo pianificando… qui i casi sono due: o state pianificando troppo lentamente, o la macchina neurale è stata acquisita troppo in anticipo. Mi tenga informato su questa pianificazione. Non possiamo tenere quella macchina così costosa a simulare puffi».

Lanni stava meditando qualcosa di diplomatico da dire, ma il direttore non attese la sua replica: si alzò e trasportò via la propria cospicua mole ansimando, con il volto accigliato. Per una volta, il cazziatone si era concluso senza la nota positiva finale.

***

Roberta fece capolino pochi istanti dopo che il direttore se ne era andato.

«Sembra che il Grande Capo non ami molto i nostri esserini, vero?»

Roberta era la dottoranda assegnata a Lanni e si stava occupando del progetto Piccolo Mondo: aveva scritto le ultime parti del software, raccoglieva i dati e stava cominciando ad analizzarli. Piccola, bruna, con due grandi occhi verdi, gradevole se non bella; viso affilato, sguardo intelligente e vivace; un’allegria che sembrava congenita.

Stava diventando sempre più spudorata, pensò Lanni. Già altre volte aveva avuto la netta impressione che fosse una gran curiosa anche, anzi soprattutto, di cose che non riguardavano per niente le sue mansioni; ma, adesso, commentare apertamente il discorso che aveva appena avuto luogo in sua assenza era un’ammissione esplicita.

«Roberta, senti, non ti offendere, tu sai che io sono sempre molto diretto in quello che dico se appena me lo posso permettere, e con te credo di potere. Bene, non è che mi piaccia molto che tu origli».

«Origliare, che parola grossa. Stavo venendo da te quando, dal corridoio, ho sentito la voce del Ciccio più stridula del solito; non ho potuto fare a meno di ascoltare e di capire che era in corso una reprimenda, chiamiamola così» disse con un sorriso. «E poi, ebbene sì questo lo devo confessare, è stato più forte di me fermarmi nei paraggi della tua porta (aperta, sottolineo) per sentire la conclusione. Quando ho capito che il Bomba stava per andarsene, vista la sua lentezza ho avuto tutto il comodo di fare qualche passo indietro, come i gamberi, e poi riprendere il cammino verso la tua porta, in modo che mi vedesse arrivare proprio in quel momento».

«Un giorno mi dirai quali sono i servizi segreti dove hai fatto l’addestramento. Però, pensa che figura di merda puoi aver fatto, se per caso qualcuno ha assistito a quella tua strana danza in corridoio».

«Ne dubito» rispose Roberta, virando all’ironico il suo sorriso. «Loretta la segretaria perfetta era impegnata in una lunga telefonata sottovoce, con uno dei suoi grandi e unici amori, credo, e la sua collega era a sua volta impegnata a cercare di capire, o meglio carpire, quel che si dicevano; Zanotti stava picchiando con foga sulla tastiera, ieri aveva detto che era in ritardo per la presentazione di un paper, non si accorgerebbe neanche di un terremoto al di sotto della magnitudine cinque se non glielo dice qualche applet; il vichingo Arinainen e il dolce Ragosso oggi sono a Santa Margherita al convegno “Modelli nella mente”, almeno in via ufficiale; la fatale Montserrat, Mahrougi e Laver sono in malattia».

Lanni era sempre più stupito e, anche se non voleva ammetterlo neanche con se stesso, ammirato per l’astuzia e la sottigliezza di Roberta. «Sicuramente non basterà con una professionista come te ma la chiuderò, quella porta, quando riceverò – spero più tardi possibile – una nuova visita pastorale», disse rispondendo con un sorriso al sorriso di Roberta. La pace era già fatta. «E poi, solo per la precisione, sappi che Arinainen è finlandese, e non mi risulta che i finlandesi abbiano nulla a che fare con i vichinghi».

«Ti trovo poco informato. Viene dalla Svenskfinland; la madre si chiamava Nyqvist. Sangue vichingo, almeno al cinquanta per cento; d’altra parte basta guardarlo» disse leccandosi le labbra con ostentazione e strabuzzando gli occhi. «Peccato abbia altri gusti, altrimenti avrei già lanciato la mia lenza».

«Senti Roberta, visto che sei qui e che mi hai già dettagliato le vicende intime dei nove decimi della popolazione locale, compresa te stessa, che ne diresti adesso di raccontarmi un po’ come sta procedendo il tuo lavoro?»

«Perché credi che fossi venuta? Perché, conoscendoti, sapevo che l’email che ti ho inviato l’avresti aperta chissà quando e volevo fartene un riassunto a voce. Le simulazioni non solo sono in linea con la pianificazione, come hai detto al Bamba – e qui Roberta strizzò l’occhio destro, per far rimarcare provocatoriamente che anche quella parte della discussione l’aveva sentita – ma la anticipano alla grande. È un lavoro che mi appassiona veramente, ci sto dedicando molto più tempo di quel che sarebbe giusto, soprattutto considerando l’entità della mia borsa di studio».

«Roberta, tu sai bene che l’entità della tua borsa di studio è una di quelle cose che sono fuori dalla mia giurisdizione: è inutile che tu mi mandi queste frecciatine. Ma adesso basta chiacchiere: fammi vedere se mi è arrivata la tua email… ah, eccola qui. Fammi scaricare l’allegato…»

«Lo leggerai poi con calma, adesso ti faccio io un riassunto. I risultati più interessanti riguardano gli aspetti sociali e religiosi del piccolo mondo blu. Dopo tre o quattro generazioni di anarchia, con suddivisione in clan in contrasto tra loro, tutti contro tutti, sono emersi dei capi ciascuno dei quali è riuscito ad aggregare parecchi clan. Adesso siamo alla settima generazione e ci sono tre potentati, simili se vogliamo alle città-stato dell’antica Grecia con i loro tiranni, in equilibrio precario tra loro. Nessuna traccia di democrazia, finora. Per quanto riguarda i rapporti interpersonali, incredibile ma gli esserini sono in massima parte monogami. Mettono su famiglia, si vogliono bene».

«Hai accennato anche alla religione, ma non era prevista nessuna ricerca in questo senso. Che è successo?»

«È proprio qui che sta l’interessante: i puffi hanno sviluppato autonomamente una loro religione. Hanno cominciato a pregare un essere supremo. Ogni clan aveva il suo. Con le aggregazioni, i vari dèi sono confluiti in un pantheon comune e convivono: qualcosa che è successo anche con le religioni umane, nella preistoria. I nostri esserini, nei loro potentati, hanno alcune divinità secondarie ma gli stessi tre dèi principali: c’è un dio cui attribuiscono la nascita del loro mondo, un dio che si occuperà di distruggerlo e un dio messaggero, che tiene i contatti con loro».

«Strana questa specializzazione. Ma hai parlato di preghiere: che vuol dire? Come ti sei accorta che gli agenti pregano?»

«Sai bene, perché l’hai fatto tu, che i pattern di attivazione neurale possono venire tradotti in reti semantiche che è possibile ispezionare».

«Questa parte l’ha fatta Binelli, il tuo predecessore; io gli ho solo dato delle specifiche e gli ho spiegato come doveva procedere in linea di massima. Come funziona?»

«Ma quindi, quando Binelli ha integrato il suo lavoro nel gran carrozzone, non hai nemmeno verificato che funzionasse?» disse Roberta sbattendo le palpebre ostentatamente e ironicamente, per far rimarcare il proprio stupore.

«Questo progetto è enorme, Roberta, e le risorse purtroppo sono limitate. Soprattutto il mio tempo. È giocoforza che qualcosa passi in cavalleria. E comunque ho chiesto che mi assegnassero una simpatica nuova borsista – disse sorridendo e indicandola con il dito – anche per fare le pulci al borsista precedente. Ma adesso basta criticarmi e torniamo a bomba: come si ispeziona la rete semantica di una preghiera?»

«Avevi chiesto tu a Binelli di usare il modello di Parisi-Castelfranchi?»

«No, non ero sceso in questi dettagli».

«Beh, allora devo dire che ha fatto una buona scelta. Una variante di Parisi-Castelfranchi, abbastanza comprensibile. Si sente però la mancanza di un’interfaccia in linguaggio naturale».

«Non possiamo permettercela e nemmeno ci serve. I modelli di Parisi-Castelfranchi, come hai detto tu stessa, sono abbastanza maneggevoli».

«Veramente ho detto comprensibili. Sì, si leggono facilmente, ma per scriverli ci vuole un po’ di attenzione».

«Non dovrebbe capitare di frequente la necessità di scriverli. Il protocollo dei test prevede un numero molto limitato di nostre comunicazioni dirette, e con pochi agenti, che poi devono essere rimossi dal sistema per ridurre al minimo il rischio di influenzarne l’evoluzione. Ma sei già arrivata a questo punto?»

Lanni capì di aver toccato un argomento delicato dall’innaturale silenzio che Roberta, dalla risposta sempre così pronta e spesso irrispettosa, mantenne prima di dire un semplice «Sì».

Inevitabile approfondire. «Raccontami per bene quel che hai fatto».

«Tu la chiami rimozione, come se si trattasse semplicemente di un file, ma quegli esserini sono vivi, sono intelligenti, provano sentimenti, emozioni!»

Solo una lieve freddezza della voce, e la mancanza di sorriso sulle labbra di Lanni, denunciavano che riteneva seria la cosa. «Dunque non li hai rimossi. E, tra parentesi, sono dei file, semplificando appena un po’. Davvero, Roberta, non mi sarei aspettato questo atteggiamento da te. Se gli agenti danno l’impressione di essere vivi e senzienti significa che l’emulazione è ben riuscita, e questo è buono; però, come dovresti sapere, il protocollo, stabilito quando ancora non era concluso lo sviluppo, e stabilito con il concorso di ricercatori di altri istituti, prevede che noi siamo solo osservatori. Altrimenti i risultati dell’emulazione non servono a nulla. Qualsiasi situazione, organizzazione, fede, consuetudine sia emersa nel Piccolo Mondo a questo punto non ci dice nulla: non possiamo fare paragoni con la società umana, perché potrebbe esserci stata una contaminazione. Anzi, certamente c’è stata. Quanti sono gli agenti con cui hai avuto contatti?»

«Non saprei, non li ho contati. Qualche decina, direi».

Lanni sentiva montare dentro la collera; si alzò in piedi e comiciò ad aggirarsi per la stanza, come se muoversi gli desse qualche sollievo. Adesso, tra l’altro, cominciava a capire i tre dèi cui Roberta aveva accennato prima: indubbiamente il dio creatore era lui; il distruttore probabilmente era Mariani, l’ostile direttore, il cattivo della situazione; e il messaggero o intercessore chi poteva essere se non Roberta stessa? Doveva essersi divertita a spettegolare anche con i puffi, raccontando anche a loro le vicende del laboratorio e spacciandosi per una specie di Mercurio, o di Madonna di Lourdes, a decine di profeti o sibille. Altroché “hanno sviluppato autonomamente una loro religione”!

«Qualche decina, hai detto? Ma Roberta, hai passato il tempo a giocarci? Non ti stai rendendo conto del danno che hai fatto. Al progetto, a me, ma anche a te stessa. Pensa che poco fa – ma l’avrai sentito, immagino – stavo spiegando al nostro beneamato capo che questo carrozzone, come l’hai chiamato tu, non è un videogame perché non c’è interazione tra uomini e agenti. Pensa quando verrà a sapere che la mia dottoranda ha passato sei settimane (pagate, sia pur poco) a giocare! E lo verrà a sapere inevitabilmente, perché queste prime sei settimane di sperimentazione sono da prendere e da sbattere nel cesso: non ce ne possiamo fare nulla». Roberta, nel frattempo, aveva chinato il capo, ma Lanni continuò: «Adesso bisogna radere a zero il Piccolo Mondo e ricominciare da capo. Ma, a questo punto, non credo che sarai tu a farlo».

Ecco, l’aveva detto. Si era sfogato, e nel momento stesso in cui stava pronunciando quelle parole se ne era pentito. Lanni era così; poteva avere dei momenti di collera anche molto intensi – rari, a dire il vero, e sempre più che giustificati – ma sbolliva subito. Roberta aveva iniziato a piangere e lui provò un moto di tenerezza. Le mise una mano sulla spalla e disse: «Aspetta, non piangere, vediamo che cosa si può fare». Poi ritrasse improvvisamente la mano, colto dal dubbio che il gesto potesse venire interpretato come una subdola avance.

Roberta non s’era nemmeno accorta del contatto. Alzò la testa, guardò in faccia Lanni con il trucco rovinato dal pianto e disse semplicemente: «Non ucciderli, ti prego». Nessun riferimento alla minaccia di estrometterla dal progetto; eppure per lei sarebbe stato molto grave.

«Fammici pensare, vediamo che cosa si può fare», ripetè Lanni. Roberta si alzò e sparì rapidamente senza salutare, vergognandosi di aver compromesso con le lacrime la propria immagine spavalda.

***

Lanni non aveva chiesto a Roberta di guidarlo nel giro del Piccolo Mondo che aveva deciso di fare. Sarebbe stato pericoloso: Roberta avrebbe potuto cercare di nascondergli qualcosa per minimizzare la situazione. Da solo, però, si trovava in difficoltà. Aveva partecipato molto poco allo sviluppo dell’interfaccia, soprattutto fornendo specifiche, e non si era curato molto di verificare i risultati, che adesso gli sembravano abbastanza diversi da quel che aveva avuto in mente. C’erano i manuali d’uso e sembravano anche abbastanza ben fatti, ma non se la sentiva di mettersi a studiarli: non ne aveva il tempo e, a ben vedere, neanche la voglia. Passò quindi un paio d’ore abbondanti a capire come muoversi, compulsando i manuali solo quando si sentiva perduto. Trovò facilmente il modo di accedere alle statistiche aggregate e, dopo qualche tentativo, anche a una rappresentazione grafica del Piccolo Mondo. Molto rudimentale, a dire il vero. Non avrebbe soddisfatto nessun videogamer; ma era stato lui a non voler spendere troppi sforzi per l’estetica.

Se i cervelli degli agenti erano emulati con notevole dettaglio grazie alla macchina neurale, i loro corpi e l’ambiente erano invece modellati in maniera sommaria. Il Piccolo Mondo aveva tutto l’essenziale: una pianura, una montagna frattale, un fiume, alberi, campi di piante commestibili, un’atmosfera, un clima, l’alternanza notte-giorno. Tutto simulato ad alto livello, però; ed anche per i corpi degli agenti si era fatto largo uso di modelli semplificati, basati sulla fisiologia computazionale.

C’erano due sessi, che si attraevano tra loro come i poli di una calamita, ma niente organi genitali. La vicinanza di un elemento del sesso opposto stimolava il centro del piacere degli agenti. Se due agenti restavano vicini per un periodo ininterrotto e sufficientemente lungo, veniva introdotto nel Piccolo Mondo un nuovo agente, con un patrimonio genetico ottenuto rimescolando quelli dei ‘genitori’.

Le equazioni fisiologiche potevano portare certi parametri in una zona incompatibile con la vita, ed in questo caso l’agente veniva rimosso dal Piccolo Mondo. Col trascorrere del tempo, certi fattori parassiti previsti nelle equazioni diventavano sempre più rilevanti, rendendo più probabile l’uscita di scena. Un agente poteva anche ucciderne un altro; Lanni si chiedeva se ci fossero state molte vittime nelle lotte che avevano accompagnato il raggruppamento dei clan cui aveva accennato Roberta.

Riuscì a trovare il modo di visualizzare gli agenti nel panorama del Piccolo Mondo, sotto forma di sferette colorate; era intuibile che i colori, rosa e azzurro, si riferissero al sesso, mentre sul manuale trovò che le dimensioni della sfera erano proporzionali all’età e l’intensità luminosa rifletteva l’attività mentale. Stava osservando una zona pianeggiante del Piccolo Mondo, molto frequentata, ma non aveva idea a quale dei tre potentati appartenesse. La maggior parte delle sferette erano a coppie, costituite da individui circa con le stesse dimensioni: segno, pensò, che si accoppiavano presto e in maniera stabile, crescendo insieme.

Passò il cursore del mouse sopra una sferetta e comparve un pop-up con alcune informazioni di stato e un transcript della rete semantica che occupava in quel momento la mente dell’agente; fu sorpreso di sentire, inoltre, una specie di brusio, probabilmente una rappresentazione sonora dell’attività mentale.

Lanni aveva una spiccata predisposizione alla pareidolia musicale: quasi tutti i rumori gli suggerivano motivi o canzoni e, se persistenti, finiva per percepirli proprio come musica. Fece un giro col cursore su parecchie sferette, indugiando nell’ascolto, finché ne trovò una, solitaria, che sembrava accompagnata dalle battute iniziali dell’Isola dei Morti di Rachmaninov, quelle che ricordano un remare lento e solenne, il remare di Caronte sullo Stige.

Diede un’occhiata al transcript e fu subito colpito dalla presenza di un id zero. Immediatamente pensò ad un errore software perché non era previsto che gli id, numeri che identificavano univocamente gli agenti, avessero valori inferiori a 65535. La rete semantica aveva anche un’altra stranezza:

P1: #108736 X1

P2: #108945 X2

P3: #0 X3

P4: partner X1 X2

P5: alive X2

P6: now P5

P7: false P6

P8: assert P7

P9: negate P7

P10: request X1 X3 P9

P11: request X1 X3 P9

P12: request X1 X3 P9

l’ultima proposizione ripetuta un numero enorme di volte. Che fosse questa ripetizione a creare quello strano ritmo?

Lanni ci mise un po’ a capire. Poi d’un tratto gli fu chiaro che l’id 0 non era un errore: era un modo, sviluppato dall’agente, per riferirsi a lui, il creatore del loro mondo, quello che viene prima di tutti gli altri. Nello stesso momento capì che quella rete semantica era una preghiera, proprio come diceva Roberta. L’esserino #108736 gli stava chiedendo di riportare in vita la sua compagna, #108945.

Senza sapere lui stesso il perché portò a zero il cursore che controllava la velocità di esecuzione dell’emulazione, congelando di fatto tutto il Piccolo Mondo a quell’istante, e se ne andò.

***

Quella notte, poco dopo le tre, Lanni ebbe un incubo in cui rivisse i terribili momenti della perdita della sua Emma. Emma era supina sull’asfalto, immobile; un filo di sangue le colava da un angolo della bocca. Lanni, inginocchiato su di lei, la chiamava con voce disperata, senza ottenere risposta.

Si svegliò di soprassalto singhiozzando. Si alzò, si lavò il viso. Gli venne in mente l’esserino #108736 e la sua preghiera. Avrebbe voluto anche lui avere un dio a cui chiedere di far tornare Emma dall’Isola dei Morti.

Prese una decisione. Riportare in vita gli agenti defunti non era stato previsto, ma non doveva essere neanche impossibile. Avrebbe ripreso in mano il software per capire dove intervenire. Avrebbe soddisfatto il desiderio di quell’esserino, e non avrebbe distrutto il Piccolo Mondo. Almeno non fino al prossimo eone.

Pensò che la cosa, tutto sommato, poteva avere una sua giustificazione: un primo eone di prova per prendere confidenza con gli strumenti; una specie di estensione della fase di debug. Mariani sarebbe andato su tutte le furie per il ritardo nell’inizio della sperimentazione ufficiale, secondo il protocollo stabilito… ma lui avrebbe saputo tenerlo a bada. Si rendeva conto, forse per la prima volta, di essere sempre stato troppo remissivo con il direttore. Lui, Lanni, nella realtà teneva il coltello per il manico: troppe cose sarebbero andate in malora senza il suo apporto.

Adesso sarebbe tornato a dormire un po’. Poi, al laboratorio, ne avrebbe parlato con Roberta.

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Obsolescenza

Le mani di Filippo volavano agili sulla tastiera del pianoforte a coda rincorrendo le note cariche di romanticismo dello studio numero 12, opera 8 di Scriabin. L’esecuzione era impeccabile, come sarebbe potuta essere quella dell’autore stesso.

Non c’era nulla da stupirsi per questo. DNC, la società che aveva realizzato e installato l’impianto neurale di Filippo, era nota per un rigore filologico forse persino eccessivo, e aveva preso il rullo Welte-Mignon registrato da Scriabin a San Pietroburgo nel 1910 come riferimento per questo brano, limitandosi a renderlo lievemente più fluido; in maniera simile, anche per ogni altro brano disponibile nel repertorio era stata effettuata un’accurata ricerca per garantire che l’esecuzione fosse la più appropriata.

All’epoca in cui aveva realizzato questo impianto, la DNC era ancora una ditta quasi artigianale e un cliente come Filippo, disposto a spendere una piccola fortuna per questo nuovo prodotto, si era sentito in diritto di esprimere le proprie preferenze. Il direttore artistico, però, era stato inflessibile e anche un tantino scortese, a ben vedere: “chi la ascolterà giudicherà noi attraverso di lei, e perciò non possiamo permetterci cadute di stile”.

Filippo aveva preso male questa disapprovazione dei suoi gusti fatta con così poco tatto ma non aveva pensato neanche per un momento di rinunciare all’impianto, visto che allora non c’erano altri fornitori affidabili sul mercato. Così adesso si ritrovava a suonare i notturni di Chopin come Benedetti Michelangeli, dal momento che la sua richiesta di basarsi sull’esecuzione di Pollini era stata respinta senza appello. Sublime, per carità, ma quello stile non riusciva a sentirlo suo.

Questi pensieri e questi ricordi affollavano la mente di Filippo senza influire per nulla sui movimenti delle sue mani, che venivano gestiti direttamente dall’impianto. Non gli era mai stato chiaro come fosse possibile non sentirsi controllati dall’esterno come una marionetta, eppure era così. Gli bastava desiderare di suonare uno dei brani presenti nel repertorio, così come si desidera di prendere un bicchier d’acqua e portarselo alla bocca, e poi aveva la meravigliosa sensazione di essere proprio lui l’esecutore, come se avesse passato giorni di fatica ad apprendere il brano, anche se la sua mente restava disponibile ad altri pensieri. Un automatismo, insomma, come quelli che governano le azioni più consuete, già compiute milioni di volte, che non necessitano più di attenzione e vanno per conto proprio; un automatismo integrato benissimo nella sua personalità.

Erano ormai passati cinque anni dall’installazione e tutto funzionava ancora perfettamente come i primi giorni. Non c’era stato nessun rigetto, né biologico né psicologico. Eppure Filippo non era soddisfatto. Non era più soddisfatto da qualche mese, per la precisione.

Obsolescenza, ecco la parola giusta per spiegare la sua insoddisfazione; una parola sgradevole che già da tempo si era affacciata spontaneamente alla sua mente ma che aveva sempre respinto come inaccettabile; eppure era così. Qualcosa che non aveva proprio considerato quando aveva deciso di farsi fare l’impianto.

Fin da ragazzo era attratto dalla tecnologia e aveva tanto denaro a disposizione: quanti computer, terminali di comunicazione, sistemi personali di realtà aumentata, sistemi di riproduzione musicale aveva acquistato e poi dismesso, non perché si fossero guastati ma perché erano diventati obsoleti, perché c’era di meglio sul mercato! Nessun problema: li regalava a qualcuno con minore disponibilità economica o addirittura li portava ad un punto di riciclo, e li sostituiva con l’ultima novità. Già, ma adesso, a quanto pareva, con il suo impianto neurale musicale non poteva farlo.

Si alzò dallo sgabello e desiderò vedere l’ora. L’impianto intraoculare rispose prontamente come al solito mostrandogli in semitrasparenza l’orologio nel suo stile preferito, a segmenti di cristalli liquidi: molto rétro, gli ricordava gli anni della sua infanzia. Erano le 19:32 e quindi era già in lieve ritardo per l’appuntamento. Rinunciò a cambiarsi e, in veste da camera, andò rapidamente in sala videoconferenze; l’immagine olografica del tecnico medico della DNC lo stava già aspettando, ma senza segni di impazienza.

Dopo rapidi convenevoli, Filippo andò subito al dunque.

«Voglio rimpiazzare il mio impianto musicale con uno di ultima generazione. Non è questione di prezzo, sono disposto a pagare quanto mi chiederete».

«Quando mi ha chiesto un appuntamento ho esaminato la sua cartella – così dicendo il tecnico alzò la mano destra in un gesto quasi da prestigiatore e un documento sfogliabile comparve alle sue spalle, galleggiante nell’aria – e purtroppo devo dirle che, in effetti, non è questione di prezzo: non si può proprio fare. Ma lei lo dovrebbe già sapere», aggiunse puntando verso Filippo un dito accusatorio.

«D’accordo, d’accordo, – rispose Filippo agitando una mano come a scacciare dei fastidiosi insetti – questo è ciò che dovete dire per scoraggiare il cliente, immagino che non sia una cosa semplice, ma…».

«Non si tratta di questo: è praticamente una certezza che, rimuovendo il suo impianto, lei rimarrebbe gravemente menomato. Sempre che, naturalmente, l’esito non sia fatale».

«Ma questo è gravissimo, è inaccettabile, intenterò un’azione legale…» Il tono della voce di Filippo era salito e il suo volto cominciava ad arrossarsi.

«Si calmi, non serve a nulla agitarsi, – lo interruppe il tecnico con voce ferma e per nulla alterata – lei sa benissimo come stanno le cose. Dalla sua cartella risulta che lei non solo ha firmato un documento con il quale accettava tutti i rischi e le controindicazioni dell’impianto, tra cui anche l’impossibilità di rimozione, ma ha anche avuto un colloquio preliminare con un nostro psicologo che ci ha confermato che lei, questi rischi e queste controindicazioni, li aveva perfettamente compresi e valutati. Non le abbiamo nascosto nulla, anzi: siamo andati ben oltre quelli che sarebbero stati per legge i nostri doveri. Se vorrà adire le vie legali, noi avremo la meglio senza difficoltà».

Aveva ragione. Filippo ricordava bene il colloquio con lo psicologo, durante il quale avevano discusso anche del fatto che questo impianto sarebbe stato per sempre. Quel colloquio l’aveva infastidito; si era sentito trattato con superiorità, come un bambino capriccioso da parte di un adulto saggio. All’epoca gli era sembrato che non avrebbe mai potuto desiderare qualcosa di meglio di quella straordinaria facoltà che gli veniva conferita; adesso cominciava a vedere le cose da un’altra prospettiva.

«E non pensi nemmeno di rivolgersi a qualche nostro concorrente, – riprese il tecnico – glielo dico per il suo bene. Il mercato è deregolamentato e potrà probabilmente trovare qualche piccola società spregiudicata che si dirà disponibile alla rimozione, da farsi, ovviamente, dopo averle fatto firmare uno scarico totale di responsabilità. Il risultato non potrà essere che quello che le ho prospettato, anzi peggio perché i dettagli del nostro impianto sono ovviamente segreti e, senza conoscerli, il disastro sarebbe totale».

Il lungo e imbarazzante silenzio che seguì fu interrotto nuovamente dal tecnico, con un tono più conciliante: «C’è qualcosa che non va nel suo impianto? Non abbiamo ricevuto nessuna richiesta di manutenzione».

«No, non c’è nulla che non va – rispose sinceramente Filippo – se non che non regge il confronto con i nuovi modelli».

«Immagino che si riferisca alla serie 1060. Beh, la tecnologia migliora, è naturale, ma in fin dei conti non c’è poi tutta quella differenza: i risultati ottenuti in concerto, in pratica, sono equiparabili a quelli del suo impianto».

«Ma benedetto uomo – rispose Filippo con voce leggermente incrinata, come se stesse per mettersi a piangere – come fa a sostenere una cosa del genere? La serie 1060 non funziona come un registratore, non ha bisogno che vengano iniettati dei nuovi contenuti ogni volta che si vuole ampliare il repertorio: fornisce una vera e propria abilità di esecuzione musicale, per cui se voglio suonare un brano nuovo non ho che da leggere lo spartito!»

«Prima di tutto lei sta compiendo un torto nei confronti del suo ottimo modello 610 paragonandolo ad un banale registratore. Un registratore è una macchina, ripete il suo contenuto sempre uguale. Il suo impianto non è solo una macchina, è un ibrido, è parte di lei, ha il meglio della macchina e il meglio dell’uomo. Ma lei queste cose dovrebbe saperle. Le sue esecuzioni dello stesso brano non sono mai uguali; pur nell’ambito dello stile prescelto (e qui a Filippo venne voglia di rispondere: sì, prescelto, ma da voi! Ma si trattenne, e lo lasciò continuare) ci sono sempre delle sottili differenze legate al suo umore, al suo sentire del momento, esattamente come se a suonare fosse l’esecutore che ha fatto da modello».

«E poi – aggiunse il tecnico dopo un breve indugio, come se avesse valutato l’opportunità di parlare – neanche la serie 1060 resterà lo stato dell’arte a lungo. La prego di tenere riservata l’informazione che le sto dando: DNC sta già lavorando alla serie successiva, la 3000, che non fornirà solo l’abilità di esecuzione, ma anche di composizione. Se anche, per assurdo, riuscissimo ad aggiornare il suo impianto alla 1060, entro un paio d’anni sono convinto che ci troveremmo di nuovo qui a parlare di obsolescenza».

L’annuncio colpì Filippo come una martellata: non aveva mai neanche immaginato una simile possibilità. Suo malgrado, il suo volto si atteggiò ad un’espressione di stupore, occhi spalancati e bocca socchiusa; ma il tecnico aveva seguito con molto profitto i corsi di interfacciamento con il cliente e di recitazione e riuscì a trattenere benissimo il sorriso che stava per spuntargli.

Ancora una volta, il tecnico aveva ragione. Quando fosse stata disponibile quella nuova meraviglia, Filippo l’avrebbe sicuramente voluta. Restò in silenzio, cercando di capire come muoversi, che cosa dire, ma fu ancora una volta il tecnico a prendere la parola dopo breve.

«Sa che cosa le consiglio, se proprio non se la sente di restare con il suo 610? Non lo si può rimuovere ma lo si può disabilitare. Non è un intervento cruento e non è particolarmente rischioso. Lei dovrebbe restare in coma farmacologico per un paio di giorni dopo che avremo spento l’impianto; al risveglio non potrà più eseguire il suo repertorio ma le sue doti musicali innate saranno lì, intatte e anzi probabilmente potenziate dalla consuetudine e dall’esercizio che lei ha fatto in questi cinque anni. Potrà studiare e acquisire, con pazienza, le stesse capacità in maniera naturale, come si faceva una volta».

***

Filippo, dimesso dalla clinica da pochi giorni, era seduto al pianoforte. Il paper display sopra la tastiera mostrava due pagine del Gradus ad Parnassum (aveva provato a proiettarle nell’impianto intraoculare, ma trovava fastidioso vederle sovrapposte alla tastiera). I suoi occhi andavano continuamente dallo spartito alle mani e dalle mani allo spartito, e spesso gli capitava di perdere il segno. No, decisamente il Gradus ad Parnassum era troppo difficile per cominciare. Doveva proprio cercare in rete qualcosa di più adatto.

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